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lunedì 29 dicembre 2014

Incentivi produzione energia elettrica da fonti rinnovabili: le novità dal 2015



Firenze, 29 Dicembre 2014. Negli ultimi mesi sono state definite con diversi decreti ministeriali alcune novità sull'erogazione e sull'entità delle incentivazioni di cui godono gli impianti che producono energia elettrica da fonti rinnovabili, dai fotovoltaici a quelli eolici, idrici, a biomassa, etc.

Per gli impianti solari fotovoltaici a dimensione domestica (di circa 3kW di potenza) la novità più grossa è la nuova metodologia di pagamento degli incentivi che parte da fine 2014, mentre non dovrebbe scattare alcun ridimensionamento degli incentivi stessi. Nonostante una normativa del 2013 lo prevedesse (Dl 145/2013), infatti, il decreto ministeriale attuativo ha scelto di non colpire questi impianti ma bensì quelli che producono energia elettrica da fonti rinnovabili DIVERSE dal fotovoltaico (eolica, biomasse, idrica, etc.). Per questi ultimi scatta una rimodulazione degli incentivi con opzione da parte del proprietario da esercitarsi entro il 17/2/2015.
Un ridimensionamento graduale delle tariffe incentivanti ci sarà anche, dal 2015, per gli impianti solari fotovoltaici di grosse dimensioni, (superiori a 200 kW), non di interesse diretto del cittadino/consumatore.

Novità anche per il sistema dello scambio sul posto e in generale in termini di semplificazione amministrativa (un modello unico per le comunicazioni inerenti la realizzazione di impianti dirette ai Comuni, ai gestori o al GSE).
Non ancora attuata invece la possibilità di cedere gli incentivi prevista dal Dl 91/2014 all'art.26.

Queste le novità di interesse:
INCENTIVI DI IMPIANTI SOLARI FOTOVOLTAICI (CONTO ENERGIA): nuovo sistema di erogazione
Dal secondo semestre 2014 il GSE eroga le tariffe incentivanti del conto energia (decreti dal primo al quinto conto energia) tramite un sistema di acconto e conguaglio dove
- l'acconto viene calcolato sulla base delle ore di produzione dell'impianto relative all'anno precedente (produzione storica) oppure utilizzando stime regionali e viene pagato in rate quadrimestrali per gli impianti di potenza fino a 3kW o trimestrali per gli impianti di potenza tra 3 e 6 kW, con rata minima di 100 euro;
- il saldo a conguaglio viene calcolato sulla base di misure valide prevenute dal proprietario dell'impianto, entro 60 giorni e comunque prima del 30/6 di ogni anno, a partire dal 2015.

Per il periodo che va da Luglio a Dicembre 2014 le tempistiche delle rate di acconto potrebbero essere diverse da quelle dette sopra, ma comunque i pagamenti devono avvenire entro il 31/12/2014. Il primo conguaglio sarà effettuato il 30/6/2015.

Riferimenti normativi:
- Dm Min. sviluppo economico 16/10/2014 di attuazione dell'art.26 comma 2 Dl 91/2014

Nota per gli impianti di potenza superiore a 200 kW (: le modalità suddette valgono per tutti gli impianti fotovoltaici incentivati con il Conto energia: per quelli di potenza superiore a 200 kw è scattato anche un ridimensionamento graduale degli incentivi, il cosiddetto "spalma incentivi" sancito dal DM Min. sviluppo economico del 17/10/2014.

INCENTIVI IMPIANTI DIVERSI DAI SOLARI FOTOVOLTAICI (EOLICI, IDRICI, A BIOMASSA, ETC.): rimodulazione
Il DM 6/11/2014 ha reso attuativa la rimodulazione specificando che chi possiede questi impianti può esercitare un opzione, entro il 17/2/2015 (*) attraverso il sito del GSE.

Impianti inclusi
Sono inclusi gli impianti che producono energia elettrica da fonti rinnovabili DIVERSE da quella fotovoltaica, quindi impianti eolici, idroelettrici, a biomasse, geotermici, etc.

Sono esclusi gli impianti per i quali il diritto agli incentivi termina entro il 31/12/2014, oppure entro il 31/12/2016 se l'impianto è a biomassa o a biogas con potenza non superiore a 1MW. Per questi impianti, quindi, tutto rimane com'è e non scatta alcuna rimodulazione.

Opzione esercitabile
I beneficiari dei suddetti impianti possono, alternativamente:
- continuare a godere del regime incentivante per il periodo residuo. In questo caso, per i 10 anni successivi alla scadenza del regime incentivante NON potranno accedere ad ulteriori incentivi in caso di realizzazione di ulteriori interventi di qualsiasi tipo realizzati sullo stesso sito.
- optare per una rimodulazione dell'incentivo spettante, secondo quanto previsto dal decreto e riportato sul sito del Gse (vedi sotto). In questo caso la tariffa ridotta potrà essere beneficiata per ulteriori 7 anni dopo la scadenza naturale del periodo incentivante, ma per lo stesso periodo il beneficiario non potrà accedere ad altre incentivazioni relative ad interventi di qualunque tipo realizzati sullo stesso sito, nemmeno se rinuncia all'incentivo rimodulato. Ciò a meno che non si tratti di interventi di potenziamento o di integrale ricostruzione o rifacimento totale (per gli impianti a biomassa) effettuati (questi ultimi due) dal quinto anno successivo al termine naturale di scadenza degli incentivi.

Come e quanto esercitare l'opzione
Come già detto l'eventuale opzione si esercita dal sito del GSE entro il 17/2/2015 con le modalità previste dal Gse stesso, ovvero l'invio di una mail all'indirizzo spalmaincentiviTO-CV@cc.gse.it, allegando un modulo di richiesta di rimodulazione e un documento d' identità.
QUI istruzioni e modulo: http://www.gse.it/it/salastampa/news/Pages/Pubblicazione-Istruzioni-Operative-per-la-rimodulazione-degli-incentivi-riconosciuti-agli-impianti-da-fonti-rinnovabili.aspx

Attenzione! Se non viene fatta alcuna scelta entro il 17/2/2015 scatta automaticamente la prima opzione.

Riferimenti normativi:
- Dm Min.sviluppo economico 6/11/2014 in attuazione (parziale e modificata) dell'art.1 Dl 145/2013
- Istruzioni operative GSE emanate il 19/12/2014
(*) ovvero entro 90 giorni dall'entrata in vigore del DM, il 19/11/2014.

SCAMBIO SUL POSTO: novità dal 2015
Novità anche per il sistema dello "scambio sul posto" che consente di compensare energia prodotta con energia consumata.
Dal 2015:
- possono fruire del sistema gli impianti di potenza fino a 500 kW entrati in esercizio dal 1/1/2015 (in precedenza la soglia era a 200 kW);
- per gli impianti di potenza fino a 20 kW (inclusi quelli già in esercizio al 1/1/2015) NON sono applicati i corrispettivi tariffari a copertura degli oneri generali di sistema sull'energia consumata e non prelevata dalla rete.
- per gli impianti diversi dal punto precedente i corrispettivi invece si applicano, sull'energia elettrica consumata e non prelevata dalla rete, in misura pari al 5 per cento dei corrispondenti importi unitari dovuti
sull'energia prelevata dalla rete.

Riferimenti normativi:
- Dl 91/2014 art.25bis
- Delibera AEEG 612/2014

Per approfondimenti si veda:
- il sito del GSE: http://www.gse.it/it/Pages/default.aspx
- la scheda pratica
IMPIANTI SOLARI: produrre e scambiare energia per risparmiare con il CONTO ENERGIA e lo SCAMBIO SUL POSTO: http://sosonline.aduc.it/scheda/impianti+solari+produrre+scambiare+energia_14798.php


Rita Sabelli, responsabile Aduc aggiornamento normativo




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Redazione del CorrieredelWeb.it


sabato 27 dicembre 2014

Contratti a distanza. Agcom dice che bisogna rispettare la legge, e apre una consultazione.... Cosa fare



Firenze, 27 Dicembre 2014. Lo scorso giugno e' cambiato il codice del consumo per quanto riguarda i contratti a distanza (1) , e non solo: per quelli a distanza non basta piu' il consenso telefonico ma occorre che l'utente debba fisicamente firmare il supporto cartaceo, e d quel momento parte anche la possibilita' di esercitare il diritto di recesso (14 gg).


Tutto chiaro, ma alcuni gestori hanno comunque continuato a ritenere validi i contratti stipulati solo col consenso telefonico, piu' che altro giocando -come fanno sempre- sulla mancanza di informazione da parte degli utenti e su una loro interpretazione della nuova norma inserita nel codice. "supporto durevole" dice quest'ultimo, ma buona parte di questi "campioni di diritto e legalita'" che gestiscono servizi come tlc, energia e idrici hanno sostenuto che "supporto durevole" fosse anche la registrazione della telefonata. Incredibile, ma vero: all'indecente non c'e' mai limite.

Per questo motivo e' dovuta intervenire l'Autorita' Garante nelle Comunicazioni (AGCOM) che lo scorso 23 dicembre ha pubblicato uno schema di delibera (645/14/Cons - 2) che ora va in consultazione pubblica e, quindi, non e' ancora definitiva.

Cosa significa e cosa bisogna fare? A nostro avviso niente di particolare per quanto riguarda i diritti degli utenti di questi servizi, perche' era' gia' chiara e definitiva la modifica avvenuta a giugno scorso per il codice del consumi, tant'e' che ai vari utenti che ci hanno consultato in questi mesi perche' dovevano far fronte alle illegali pretese dei gestori di questi servizi, abbiamo risposto -facendo riferimento ai dettami della legge- consigliando di legalmente diffidare con una raccomandata A/R (3) quelli che facevano i furbi. 

E, ad oggi, non ci risulta che chi ha seguito i nostri consigli abbia in qualche modo avuto torto o debba essere stato costretto a conciliazioni paritetiche o denunce giudiziali per vedersi riconosciuta la ragione, tranne alcuni sporadici casi in cui i gestori, oltre al tentativo di fare i furbi, hanno subito le conseguenze del proprio mastodonte burocratico inefficiente e/o "tarato" sulla fregatura ad ogni costo.

(1) http://www.aduc.it/comunicato/contratti+dei+consumatori+oggi+nuove+regole+vendita_22305.php
(2) http://www.agcom.it/documentazione/documento?p_p_auth=fLw7zRht&p_p_id=101_INSTANCE_kidx9GUnIodu&p_p_lifecycle=0&p_p_col_id=column-1&p_p_col_count=1&_101_INSTANCE_kidx9GUnIodu_struts_action=%2Fasset_publisher%2Fview_content&_101_INSTANCE_kidx9GUnIodu_assetEntryId=2666308&_101_INSTANCE_kidx9GUnIodu_type=document
(3) http://sosonline.aduc.it/scheda/messa+mora+diffida_8675.php




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Redazione del CorrieredelWeb.it


Natale, consigli per il dopo acquisti. Garanzia e diritto di recesso



Firenze, 27 dicembre 2014. Può accadere che un regalo di Natale non funzioni bene oppure sia della misura sbagliata. Ma il venditore rifiuta di sostituirli o di restituire quanto pagato (non si cambia nulla, manda il telefonino a riparare al centro assistenza, ecc.).


Allora, vediamo quali sono i diritti del consumatore per quanto riguarda la garanzia (nel caso in cui il prodotto non funzioni come dovrebbe) ed il diritto di recesso (cosiddetto diritto di ripensamento).
Se un bene e' guasto o non corrisponde a cio' che e' descritto sulla confezione, ci si potra' avvalere di una di queste forme di garanzia:

- Garanzia legale a carico del venditore (1). Il venditore, a sua scelta, dovra' riparare o sostituire il bene entro "tempi congrui", da pattuire insieme al consumatore. Se la riparazione o la sostituzione non fossero possibili, si ha diritto alla restituzione dei soldi. Questa garanzia e' valida 2 anni, ma il difetto deve essere segnalato al venditore entro 2 mesi dalla scoperta.

- Garanzia del produttore. Questa e' una garanzia contrattuale, e per sapere cio' che ci e' dovuto dal produttore e quindi dai suoi centri di assistenza, si dovra' leggere attentamente il contratto di garanzia acquistato insieme al bene (di solito, lo si trova all'interno della confezione).

Se invece si vuole esercitare il diritto di recesso (o ripensamento), la legge distingue tra i seguenti casi: 
- Per gli acquisti fatti in negozio, la legge non prevede alcun diritto di recesso. In altre parole, una volta acquistato il bene, non si puo' pretendere che il venditore lo cambi, a meno che non fosse stato pattuito al momento dell'acquisto.

- Per gli acquisti fatti a distanza (via Internet, telefono, ecc.) o fuori dai locali commerciali (per posta, a domicilio, negli alberghi, ecc.), la legge da' diritto al recesso entro 14 giorni dall'acquisto oppure dal giorno in cui si riceve il bene (2). Solitamente, le modalita' di recesso sono previste nel contratto di acquisto. Per sicurezza, e' comunque consigliabile esercitare il recesso con una lettera raccomandata a/r ed eventualmente rispedire il bene tramite assicurata.

Qualora il produttore o il venditore non rispettino questi diritti, sara' necessario richiedere il dovuto tramite una lettera raccomandata a/r di messa in mora (3) e fare una segnalazione all'Autorità garante della concorrenza e del mercato (4). Eventualmente, si dovra' ricorrere al giudice di pace (5) per ottenere il dovuto.



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(1) http://sosonline.aduc.it/scheda/garanzia+dei+prodotti+due+anni+carico+del+venditore_14358.php

(2) http://sosonline.aduc.it/scheda/sul+diritto+recesso+ho+appena+fatto+acquisto+ma+ci_9652.php

(3) http://sosonline.aduc.it/scheda/messa+mora_8675.php

(4) http://www.agcm.it/invia-segnalazione-online.html#wrapper

(5) http://sosonline.aduc.it/scheda/giudice+pace_15959.php





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Redazione del CorrieredelWeb.it


venerdì 26 dicembre 2014

Irlanda. Clinicamente morta ma incinta e tenuta in vita da macchine. L’Alta Corte deve decide se staccarle


L'Alta Corte composta da tre giudici in Irlanda, ha l'arduo compito di decidere in questi giorni circa il caso di una donna clinicamente morta ma incinta ed ancora collegata a delle macchine, per capire se sia il caso di continuare a tenerla in vita e dare al feto sopravvissuto e di solo 17 settimane, una possibilità di nascere.Sono ben cinque i gruppi di avvocati che rappresentano la donna, il suo feto, i suoi genitori, il suo compagno e l'ospedale che hanno espresso le proprie motivazioni innanzi all'Alta corte di Dublino, tanto che la vicenda ha riacceso le polemiche nel Paese sull'aborto.

La decisione dei tre giudici potrebbe arrivare a breve e contro il verdetto si potrà presentare ricorso in Corte suprema.Il problema giuridico, ma anche morale, sta nel fatto che per la Costituzione irlandese la vita della donna e quella del suo feto dovrebbero per legge godere della stessa protezione. E' già accaduto che in passato gli ospedali irlandesi hanno già cercato di tenere in vita donne incinte collegate ai macchinari per la sopravvivenza, anche se cerebralmente morte, nella speranza di salvare il feto. Negli ultimi due casi, avvenuti nel 2001 e 2003, i feti morirono dopo una settimana o due.

Nel caso di questo Natale, i genitori e il compagno della donna hanno chiesto espressamente che l'ospedale stacchi le macchine. Al contrario i difensori del centro medico se da una parte hanno stabilito che la donna è già clinicamente morta, dall'altra hanno chiesto di non staccare la spina perché temono che venga intentata una causa perché i macchinari sono essenziali per la sopravvivenza immediata del feto.

La legge irlandese sembrerebbe orientata al fatto che, se verrà ordinato di porre fine alle funzioni vitali della paziente, i medici cercheranno di tenere il feto in vita per altre 17 settimane per poi farlo nascere.I medici irlandesi hanno chiesto per decenni leggi più chiare sulle occasioni in cui possono porre fine a una gravidanza. Al momento le leggi consentono le interruzioni solo quando ritenute necessarie per salvare la vita della donna.

Ogni anno, in media 4mila donne irlandesi si recano in Inghilterra per abortire.In Europa, quindi, si pongono ancora problemi per la difformità legislativa circa l'aborto, anche se, rileva Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti" questi sono casi limite in cui, molto spesso l'aspetto etico e l'opinione pubblica possono influenzare le difficili decisioni che i giudici sono chiamati ad affrontare.

MADE IN ITALY: COLDIRETTI BENE ODG PER RIVEDERE NORME ETICHETTATURA

Una verifica della possibilità di modificare il regolamento comunitario sull'etichettatura dei prodotti alimentari, con l'obiettivo di tutelare la trasparenza e la qualità nell'interesse dei consumatori e del Made in Italy, è non solo opportuna, ma indispensabile.


E' quanto rileva la Coldiretti in riferimento al parere favorevole dato dal Governo ad un ordine del giorno presentato alla Camera, nell'ambito delle votazioni per la legge di Stabilità, da Michele Anzaldi, componente della Commissione Agricoltura, con il quale si chiede la revisione della norma sulle etichette con l'attivazione presso il ministero delle Politiche Agricole, entro 30 giorni, di un tavolo istituzionale di confronto con le parti interessate.


Con il nuovo regolamento comunitario entrato in vigore lo scorso 13 dicembre – ricorda la Coldiretti - viene abolito l'obbligo di indicare nei prodotti lo stabilimento di produzione. In questo modo, anche se i prodotti italiani continueranno ad avere la dicitura Made in Italy, perché le nostre aziende lo ritengono giustamente un valore aggiunto, i produttori stranieri non avranno l'obbligo di indicare nulla, con il rischio di trarre in inganno i consumatori. Di qui l'esigenza di rivedere le disposizione della contraddittoria normativa comunitaria che mantiene anonima oltre la metà della spesa obbligando ad indicare la provenienza nelle etichette – precisa la Coldiretti - per la carne bovina, ma non per i prosciutti, per l'ortofrutta fresca ma non per i succhi di frutta, per le uova ma non per i formaggi,  per il miele ma non per il latte.


Anche se un passo avanti importante è stato fatto – sostiene la Coldiretti – non si è posto fine agli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali che riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all'estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri senza indicazione in etichetta, oltre un terzo della pasta ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all'insaputa dei consumatori e la metà delle mozzarelle che sono fatte con latte straniero o addirittura semilavorati industriali (cagliate) provenienti dall'estero. In altre parole – conclude la Coldiretti - contiene materie prime straniere circa un terzo (33 per cento) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia o esportati con il marchio Made in Italy, all'insaputa dei consumatori ed a danno delle aziende agricole.

mercoledì 24 dicembre 2014

Argentina: tribunale concede a una scimmia diritti umani. Secondo il giudice l’orangotango Sandra è una "persona".

Argentina: tribunale concede a una scimmia diritti umani.  Secondo il giudice l'orangotango Sandra è una "persona". Il verdetto permetterà a Sandra di lasciare lo zoo in cui era rinchiusa.

Sandra, un'orangotango, rinchiusa da due decenni nello zoo di Buenos Aires, è stata dichiarata da un tribunale argentino una "persona non umana" illegalmente detenuta e potrà così riguadagnare la libertà. Per perorare la sua causa è stato messo in campo uno strumento legale normalmente usato per richiedere la scarcerazione degli umani e il risultato è stato in effetti inusuale per un orangotango. La sua causa era stata sposata dall'Association of Officials and Lawyers for Animal Rights. Secondo il gruppo animalista, l'orango disponeva di funzioni cognitive sufficienti per non essere considerato un oggetto. Con un verdetto che potrebbe fare scuola, il tribunale ha ora concordato che Sandra deve godere dei diritti fondamentali di una «persona non umana», ivi compreso quello alla libertà. L'orango si trasferirà così in un rifugio per animali dove vivrà più libero e lontano dagli sguardi dei visitatori. Al contrario all'inizio di dicembre negli USA, una Corte d'appello dello stato di New York ha stabilito che uno scimpanzé chiamato Tommy, tenuto in una proprietà privata, non era da considerare una persona e quindi non gli poteva essere concesso alcun diritto. Secondo quest'ultima sentenza, agli animali non possono essere conferiti diritti speciali come le persone, perchè non sono in grado di soddisfare gli obblighi sociali ed i doveri come fa l'uomo. La Corte in Argentina, tuttavia, vede diversamente gli animali in cattività. Per Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti" questa sentenza mette in discussione il futuro stesso degli animali in cattività tenuti negli zoo, soprattutto di quegli che non rispettano gli standard più elevati a soddisfare al meglio i bisogni naturali degli animali, e di quelli utilizzati per sperimentazioni scientifiche.




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Redazione del CorrieredelWeb.it


Usa, revocato divieto per bisex e gay: potranno tornare a donare il sangue


Dopo 31 anni cade negli Stati Uniti il divieto di donare il sangue per bisessuali e gay. La FDA, dopo aver attentamente esaminato e considerato i moderni test per l'Hiv e le prove scientifiche prima di acconsentire ad un cambiamento, ha deciso di mettere fine a una politica lanciata in pieno allarme Aids. Restano comunque delle restrizioni, in particolare per gli omosessuali e bisex che hanno avuto rapporti sessuali con partner dello stesso sesso nell'anno precedente alla donazione.

Il bando per omosessuali e bisex era a vita ed era imposto, sotto la spinta dell'allarme Aids degli anni 80, per proteggere le scorte di sangue in un periodo in cui si sapeva poco del male. La Williams Institute dell'Università della California ha stimato che il cambiamento potrebbe consentire un aumento delle riserve di sangue degli Stati Uniti tra il 2 e il 4 per cento. La Federal Drug Administration (FDA) ha però lasciato delle restrizioni: per donare bisognerà non avere avuto rapporti sessuali da almeno un anno.

Questo periodo di differimento è stato lasciato perché c'è un periodo di alcuni mesi chiamato finestra  dopo l'infezione in cui il virus dell'hiv, pur presente nel sangue, può non essere rilevato dai test. Questo periodo finestra è al di sotto dei 12 mesi. Secondo il comitato consultivo per la sicurezza del sangue, tessuti e organi (SaBTO) il priodo di incubazione dell'HIV varia dai 9 ai 15 giorni, a seconda del tipo di test. Per l'epatite B, che provoca la malattia del fegato, è 66 giorni. In Italia, osserva Giovanni D'Agata, presidente dello  "Sportello dei Diritti", la restrizione dura quattro mesi dopo il cambiamento di partner.



martedì 23 dicembre 2014

Mobbing. Sussiste il reato di maltrattamenti in famiglia anche nell’azienda con 25 dipendenti ed anche se il lavoratore ha sopportato a lungo il mobbing dei capi


Il mobbing torna alla ribalta con una sentenza della Cassazione penale, la numero 53416/14, depositata ieri 22 dicembre che Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti" ritiene utile portare all'attenzione per i rilevanti profili giuridici e le conseguenze in termini di maggiori tutele per i lavoratori, rappresentati con la decisione in questione. Per i giudici di legittimità, infatti, non conta il numero dei dipendenti in azienda, ma la qualità delle condotte persecutorie poste in essere dai vertici societari ai fini della rilevanza penale del mobbing. Nè esclude la configurabilità il fatto che la vittima sia un addetto che ha un'anzianità di servizio non trascurabile e avrebbe sopportato a lungo le vessazioni dei capi. Per gli ermellini, anche in un'azienda che non è una bottega artigiana ma annovera ben venticinque addetti, infatti, può sussistere il reato di "maltrattamenti in famiglia" di cui all'articolo 572 Cp a carico dei vertici societari per la mortificazione e l'isolamento del singolo lavoratore.

Ai fini della configurabilità del delitto in questione rileva la sussistenza in azienda di un rapporto «para-familiare», sul vecchio modello artigiano-apprendista, che ben può configurarsi quando ad esempio c'è un "padre-padrone" che gestisce i rapporti in modo del tutto autoritario nell'ambito di un rigido schema relazione "supremazia-subalternità".Con la decisione in commento, i giudici dalla sesta sezione penale della Suprema Corte hanno accolto il ricorso del procuratore generale presso la Corte d'appello contro l'assoluzione pronunciata in appello in favore del presidente e dell'amministratore delegato della società riformando la precedente decisione di primo grado.

Per i giudici di Piazza Cavour  la motivazione del provvedimento che aveva assolto i vertici aziendali risulta viziata sotto diversi profili: anzitutto l'esclusione della configurabilità del reato decisa sul mero rilievo del numero di addetti, che pure non è la dimensione delle microimprese sotto i dieci dipendenti. Tale rilievo deriva dal fatto che risulta sempre necessaria da parte del giudice una valutazione sulle effettive dinamiche delle relazioni fra il titolare e dipendenti, anche se nelle imprese più grandi i rapporti fra dirigenti e sottoposti tendono a essere più superficiali e spersonalizzati. In definitiva, rileva l'eventuale stato di soggezione da parte del dipendente che si ritiene perseguitato.A nulla vale quanto affermato dalla difesa, secondo cui le vessazioni lamentate dalla dipendente siano il trattamento riservato per prassi alle lavoratrici che tornano dalla maternità (prassi invero molto triste).

Né giova sostenere che il rapporto fra l'azienda e la parte offesa dal reato vada avanti da lungo tempo: l'atteggiamento dittatoriale del titolare può azzerare ogni anzianità di servizio o mansione. In tal senso risulta inconferente il rilievo secondo cui la parte offesa abbia sopportato a lungo le condotte discriminatorie: il dipendente potrebbe esservi stato costretto perché ha bisogno di lavorare e non ha alternative professionali.In ultimo, la configurabilità del reato non può essere negata in base alla circostanza secondo cui la lavoratrice abbia denunciato il mobbing alla procura della Repubblica, al sindacato e ai giornali. E ciò perché è impossibile riconoscere l'esclusione ex post del delitto per il fatto che la vittima abbia azionato tutti gli strumenti di reazione in suo potere per opporsi alla prevaricazione e ottenere la persecuzione delle condotte patite. Parola al giudice del rinvio.

Lecce, 23 dicembre 2014    



TESTAMENTO SOLIDALE: SALE A 15 IL NUMERO DELLE ASSOCIAZIONI PER PROMUOVERE IL LASCITO SOLIDALE


 

A poco più di un anno dalla sua nascita, il Comitato Testamento Solidale, nato per diffondere in Italia la cultura del testamento e del lascito solidale, raccoglie importanti adesioni. Alle 6 organizzazioni promotrici - ActionAid, AIL, AISM, Fondazione Don Gnocchi, Lega del Filo d'Oro e Save the Children –  si sono aggiunte altre prestigiose sigle del non profit: Aiuto alla Chiesa che soffre, Amref, Cesvi, Libera, Fondazione Operation Smile Italia Onlus, Fondazione Telethon, Fondazione Umberto Veronesi, Telefono Azzurro e Università Campus Bio-Medico di Roma - con la collaborazione e il patrocinio del Consiglio Nazionale del Notariato.


Per informazioni visita il sito www.testamentosolidale.org e scarica la guida omonim.


Sono quasi 10 milioni le persone in Italia e nel mondo che beneficiano delle centinaia di progetti e interventi delle organizzazioni del Comitato Testamento Solidale che, con una squadra composta da circa 23 mila operatori e da 50 mila volontari, offrono assistenza e sostegno a 360 gradi e raggiungono anche gli angoli più remoti del pianeta. Un impegno quotidiano fatto di supporto diretto a chi ha più bisogno, attraverso servizi socio-sanitari che contribuiscono a sostenere una parte fondamentale del welfare del nostro paese.


Il numero delle organizzazioni non profit che fanno parte del Comitato nato per promuovere il lascito solidale è arrivato, ora, a 15. Alle sei organizzazioni promotrici - ActionAid, AIL, AISM, Fondazione Don Gnocchi, Lega del Filo d'Oro e Save the Children – si aggiungono 9 nuove realtà associative: Aiuto alla Chiesa che soffre, Amref, Cesvi, Libera, Fondazione Operation Smile Italia Onlus, Fondazione Telethon, Fondazione Umberto Veronesi, Telefono Azzurro e Università Campus Bio-Medico di Roma, con la collaborazione e il patrocinio del Consiglio Nazionale del Notariato.


"Il Comitato Testamento Solidale ha un obiettivo ambizioso, quello di portare in Italia un vero e proprio cambiamento culturale per superare le barriere psicologiche sul testamento e sui lasciti. Siamo orgogliosi che questo progetto possa contare sull'attenzione e il supporto di un numero sempre più ampio di organizzazioni del mondo del terzo settore per continuare a sostenere migliaia di progetti rivolti ad anziani, disabili e portatori di handicap, donne e bambini in povertà estrema, malati di sclerosi multipla, leucemia e cancro, chi è affetto da gravi e rare patologie, comunità che lottano contro le mafie, oltre a medici e ricercatori impegnati nella ricerca scientifica più all'avanguardia" dichiara Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale.


Sono l'8% gli italiani che hanno già fatto testamento e quasi 9 milioni gli italiani[1] over 55 che dichiarano di conoscere e di riflettere sull'opportunità di fare un lascito solidale. Negli ultimi 10 anni, secondo un sondaggio tra i notai effettuato dal Comitato Testamento Solidale, è aumentato del 10% il numero di quanti inseriscono un lascito a favore di una associazione benefica nelle loro ultime volontà. A donare per una buona causa sono soprattutto donne, oltre il 60% del totale. Nella metà dei casi, il valore del lascito è sotto i 20 mila euro.


Cifre che rivelano come in Italia, anche se ancora in ritardo rispetto all'Europa, si vada affermando la scelta di regolare la propria successione attraverso il testamento e l'opzione del lascito solidale come atto di solidarietà efficace e alla portata di tutti, che non lede i diritti dei propri cari.


Segnali positivi che hanno favorito l'allargamento del Comitato Testamento Solidale a 15 organizzazioni, il primo network in Italia che raccoglie prestigiose organizzazioni del terzo settore per un obiettivo comune e strategico: fare informazione sui lasciti solidali come sostegno concreto alle più urgenti cause mediche, sociali e umanitarie e aumentare le risorse raccolte grazie ai testamenti riuscendo così a portare avanti nuovi progetti per quanti ancora hanno bisogno di sostegno e cure.


Ogni giorno, infatti, migliaia di persone ricevono assistenza e cure in Italia: pazienti portatori di handicap, anziani e malati cronici sono sottoposti a riabilitazioni motorie; i malati affetti da leucemia sono assistiti nelle loro case, e ospitati con i loro familiari in case accoglienza; bambini e ragazzi sordociechi sono seguiti in centri residenziali e sedi territoriali; malati di sclerosi multipla ricevono prestazioni sanitarie e assistenza; bambini in pericolo o maltrattati trovano ascolto e protezione. Ogni anno centinaia di ricercatori e medici in centri scientifici e ospedali d'eccellenza sono finanziati da progetti e borse di studio per trovare nuove cure per le malattie genetiche rare, il cancro, la leucemia e la sclerosi multipla. Ma non solo, in Italia sono anche sostenute le Comunità assediate dalle mafie che si mobilitano per la legalità e giovani studenti attraverso formazione di alta qualità. 


E nel mondo: nei luoghi dove più è grave la povertà e il disagio ogni anno le organizzazioni del Comitato lavorano per assicurare a milioni di bambini educazione, cibo e protezione, per difendere i  diritti delle donne e intervengono nelle emergenze umanitarie. Costruiscono scuole, pozzi per garantire acqua potabile e centri sanitari per la salute, formano personale medico e curano i bambini affetti da malformazioni al volto. Inoltre, vengono supportati nella loro opera i sacerdoti e le missioni più remote nei paesi poveri.  

In un solo anno di attività il Comitato, fondato all'inizio del 2013, ha dimostrato come sia possibile far convivere mondi lontani in una alleanza trasversale al servizio del cittadino. E per chi vuole approfondire e avere informazioni, può consultare il sito www.testamentosolidale.org e scaricare l'omonima guida.

 



[1] Proiezione dati dell'indagine 2013 realizzata da GFK Eurisko per la campagna Testamento Solidale e basata su un campione di quasi 1500 individui rappresentativo della popolazione italiana over 55.


venerdì 19 dicembre 2014

Banca Etica: “l'art. 111 del TUB diventa finalmente operativo, ma molto resta ancora da fare per far crescere il microcredito imprenditoriale in Italia”


A più di quattro anni dalla pubblicazione del decreto di modifica del testo unico bancario – TUB (D.L. 13 agosto 2010, n. 141) il microcredito, riconosciuto dall'articolo 111, può diventare operativo.
Un passaggio normativo fondamentale per gli operatori del settore, come sottolineato da RITMI, la Rete Italiana Microfinanza a cui anche Banca Etica aderise.

Banca Etica, che a 15 anni dall'inizio dell'operatività ha deliberato quasi 3.000 microcrediti per un importo di 14 milioni di euro, è uno degli istituti bancari più attivi in Italia in questo settore.

"Insieme a Ritmi accogliamo positivamente il regolamento attuativo dell'articolo 111 che definisce il percorso da intraprendere per diventare operatori di microcredito" dichiara Ugo Biggeri, Presidente di Banca Popolare Etica. "Ci sono tuttavia alcuni limiti oggettivi nel quadro normativo che ostacolano il riconoscimento come operatori di microcredito di esperienze che avrebbero potuto seguire lo spirito delle cooperative di Mutua Auto Gestione (MAG)"

"Il limite di 200.000 € di fatturato e di 5 anni di attività per le realtà che potranno beneficiare del microcredito limita eccessivamente i potenziali beneficiari ed esclude le micro imprese in stato di crisi. Inoltre, è in contrasto con le altre prassi europee." spiega Biggeri.

"È positiva la volontà di far nascere un nuovo mercato di intermediari finanziari minori impegnati nella microfinanza con orientamento all'avvio di microimprese, liberandoli dalla possibile negativa contaminazione di finanziarie legate alla promozione del credito al consumo" conclude Biggeri "come Istituto siamo a disposizione per contribuire positivamente a questo percorso e auspichiamo che il Parlamento si impegni per una regolamentazione del microcredito, a partire dalle proposta di legge presentata dagli on. Preziosi e Causi, testo che ha visto l'importante contributo di Ritmi e di Banca Etica".


L'Associazione Nazionale ANDDOS a sostegno del Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, dopo il ricorso al TAR contro l'annullamento delle trascrizioni unioni civili emanato da ministro Alfano

"Una circolare del ministro non può annullare la tutela dei diritti umani"

Trascrizioni matrimoni, ANDDOS sostiene Luigi De Magistris

 

Esprimiamo il nostro sostegno al Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, per il ricorso inoltrato al TAR contro l'annullamento delle trascrizioni delle unioni contratte all'estero tra persone dello stesso sesso. Un ricorso importante contro l'arrogante ed anticostituzionale circolare del ministro Alfano che ordina ai prefetti di annullare d'ufficio le trascrizioni già effettuate in diversi comuni d'Italia.

"Una circolare ministeriale non può annullare la tutela dei diritti umani, universalmente riconosciuti, né disattendere il principio di non-discriminazione che deve essere alla base di tutte le scelte della pubblica amministrazione.

Una risposta degna, da parte del Sindaco De Magistris, di chi non vuole farsi piegare da un ministro sempre meno rappresentativo e sempre più inadeguato. Un motivato ricorso che  ribadisce con forza la piena legittimità e legalità delle trascrizioni delle unioni civili, intesi come meri atti amministrativi garantiti dalla legge italiana, al contrario, invece, di una circolare ministeriale che vuole annullare atti che solo un giudice può dichiarare non validi.

Ci auguriamo che molti altri sindaci seguano l'esempio di Napoli e, ricorrendo anche loro al TAR,  colgano questa occasione per dare una chiara e inequivocabile risposta di laicità e legalità ad Alfano.

Mario Marco Canale

Presidente Nazionale ANDDOS

Corte di Giustizia: l’ovulo umano manipolato ma non fecondato può essere brevettato a fini industriali

Per la Grande Sezione per aversi un vero embrione deve sussistere la capacità intrinseca che si sviluppi in individuo: tale condizione non si configura nel processo di sviluppo iniziato dopo la partenogenesi

Certamente farà discutere per le implicazioni bioetiche la sentenza C-364/13, pubblicata il 18 dicembre dalla Corte di giustizia europea secondo cui un ovulo umano manipolato ma non fecondato può essere brevettato a fini industriali.

I Giudici della Grande Sezione della Corte, ritengono così che per essere qualificato come embrione, un ovulo umano non fecondato deve necessariamente avere la capacità intrinseca di svilupparsi in essere umano: un ovulo attivato per partenogenesi che abbia iniziato un processo di sviluppo non può essere considerato come un embrione umano.

Una statuizione che nei fatti ribalta un precedente del 2011della stessa Corte, quando aveva stabilito che «la nozione di embrione umano comprendeva gli ovuli umani non fecondati» in quanto «tali ovuli erano tali da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano», il che li rendeva non brevettabili.

Ora i giudici europei si spingono oltre evidenziando che ciò non necessariamente avviene in tutti i casi. «Il solo fatto che un ovulo umano attivato per partenogenesi inizi un processo di sviluppo non è sufficiente per considerarlo un embrione umano».

In via definitiva: quando può essere dimostrato che da un ovulo non potrà derivare un essere umano, allora l'uso di tale ovulo risulta brevettabile a fini industriali o commerciali.Il caso era partito da un ricorso della multinazionale del settore biotech che ritiene appunto che gli ovuli da essa usati nei suoi processi industriali non siano in grado di svilupparsi in esseri umani.


giovedì 18 dicembre 2014

CHIURLI, “CHI NON VOTA CONTA: RIDUCIAMO LE FIRME PER INIZIATIVE POPOLARI”

Solo tremila firme per presentare una proposta di legge, sottoscrizioni ridotte della metà per i referendum:

il consigliere regionale di Democrazia Diretta chiede di modificare lo Statuto della Toscana

"per garantire la partecipazione di chi non si sente rappresentato dalla politica"

 

Firenze, 18 dicembre 2014

 

"Chi non vota conta eccome: riduciamo le firme per presentare istanze di legge di iniziativa popolare e richieste di referendum abrogativi e consultivi". E' quanto dichiara il consigliere regionale Gabriele Chiurli (Democrazia Diretta), autore di una proposta di revisione dello Statuto della Toscana diretta a "garantire la partecipazione dei cittadini che non si sentono rappresentati dalla politica".

"Ogni tornata elettorale – sottolinea Chiurli - ci restituisce il quadro di un Paese che crede sempre meno nelle Istituzioni. L'astensionismo ha raggiunto livelli altissimi, quasi un cittadino su due preferisce disertare le urne piuttosto che esercitare il diritto di voto. E' un fenomeno che non può essere liquidato dicendo che 'chi non vota non conta'. Dobbiamo assicurare a tutti i cittadini la partecipazione ai processi decisionali, come prescrive la nostra Costituzione".

A questo scopo il consigliere Chiurli propone di "abbattere la quota delle sottoscrizioni necessarie a presentare una proposta di legge di iniziativa popolare, portandola da 5mila a 3mila, e ridurre della metà le firme necessarie a presentare istanza di referendum abrogativo e consultivo, a livello regionale, portandole rispettivamente a quota 20mila e 15mila".

"Inoltre è necessario sveltire i tempi burocratici: oggi – aggiunge Chiurli – una proposta di iniziativa popolare può giacere per nove mesi in un cassetto. Una gestazione che non sempre porta direttamente alla discussione in Aula, ma più spesso è finalizzata unicamente ad aprire il dibattito in Commissione. Una fase che può durare diversi mesi, prima che la proposta di iniziativa popolare approdi in Consiglio". Chiurli propone pertanto di ridurre a sei mesi il termine entro il quale il Consiglio deve avviare la discussione sulle istanze che arrivano "dal basso".

mercoledì 17 dicembre 2014

LEGGE DI STABILITA’: DI PRIMIO, ACCOGLIERE PROPOSTE ANCI SU MOBILITA’ DEL PERSONALE PROVINCIALE

''Le soluzioni prospettate dal Governo alla questione relativa alla mobilita' del personale delle Province, attraverso gli emendamenti presentati alla legge di stabilita', appaiono insoddisfacenti e destinate a creare numerose e gravi criticita'''. Lo afferma il delegato ANCI alla Pa, Umberto Di Primio, che osserva: ''Con specifico riferimento al comparto delle autonomie locali, si determina il sostanziale blocco del reclutamento dall'esterno nel biennio 2015-2016, riservando le quote di turn-over disponibili alla ricollocazione del personale soprannumerario interessato dai processi di mobilita', con la sola eccezione costituita dai vincitori di concorso collocati in graduatorie gia' vigenti o approvate''.

''L'ANCI – fa notare il delegato - ha presentato alcuni sub-emendamenti finalizzati ad attenuare le questioni maggiormente problematiche. In primo luogo occorre chiarire che la mobilita' del personale delle Province che, a seguito delle procedure tracciate dagli emendamenti governativi, risultera' soprannumerario, dovra' avvenire verso gli altri comparti (e quindi anche verso le amministrazioni centrali dello Stato) con pari criteri: nel disegno governativo e' invece previsto che la stessa avvenga prioritariamente verso gli Enti territoriali, e solo in subordine verso le amministrazioni dello Stato, le Universita', le agenzie e gli enti pubblici economici, prevedendo per questi numerose deroghe.

''Dobbiamo prendere atto che il Governo ha deciso su una questione cosi' delicata senza alcuna forma di consultazione con i Comuni. Il ridisegno delle dotazioni organiche di Province e Citta' metropolitane avrebbe dovuto procedere di pari passo con la riallocazione presso gli altri livelli di governo delle funzioni attualmente esercitate dalle Province: logica e buonsenso avrebbero voluto che i due processi procedessero in parallelo, come peraltro espressamente stabilito dalla legge Delrio. La decisione di blindare il turn-over dei Comuni, oltre a contraddire i frequenti richiami all'esigenza di attuare un ricambio generazionale anche a livello di amministrazione locale – prosegue Di Primio - finisce per comprimere in modo inaccettabile il margine di autonomia organizzativa, gia' esiguo, di cui i Sindaci dispongono per attuare efficaci politiche per il personale. Mi auguro che le proposte dell'ANCI vengano accolte nell'ambito dei lavori parlamentari sul disegno di legge di stabilita'''.

 

 

Roma, 17 Dicembre 2014

  

 

 




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Redazione del CorrieredelWeb.it


Cassazione: il furto nel supermercato è solo tentato furto

Il "monitoraggio" dell'azione furtiva, di fatto, ne impedisce l'attuazione 

I taccheggiatori che nascondono la refurtiva sotto ai vestiti se scoperti dal personale del negozio e beccati all'uscita non rischiano una condanna per furto. ma solo per tentato furto, con una pena più mite, diminuita da un terzo a due terzi anche se il  reato è punito con il carcere da sei mesi a tre anni.

A stabilirlo sono le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 52117, che  ha riconosciuto una linea morbida che si impone, visto che la vigilanza e il possesso della merce da parte del soggetto danneggiato non sono mai venuti meno.Il fatto riguarda una coppia di Bergamo che ha cercato di trafugare da un supermercato tre flaconi di profumo, del caffè e dei biscotti. 

I due avevano rimosso la placchetta antitaccheggio e nascosto la merce sotto ai vestiti; arrivati alle casse avevano pagato solo un prodotto e si erano avviati all'uscita, dove però erano stati fermati da un addetto alla sicurezza che li seguiva a vista, essendosi accorto da prima del loro comportamento.

La Corte, ha stabilito che "il monitoraggio" dell'azione furtiva, che sia operata dai dipendenti o da telecamere, e il conseguente intervento a tutela della proprietà della merce "impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo, in quanto l'agente non ha conseguito, neppure momentaneamente, l'autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo" del soggetto danneggiato.

Non è sufficiente di conseguenza lo spostamento della cosa "dal luogo in cui si trova", in quanto "la vendita self service abilita l'avventore al prelievo", né vale l'obiezione che solo la sorveglianza dell'addetto abbia impedito di trafugare la refurtiva, poiché "non è in discussione la sussistenza della attività delittuosa" ma "la relativa definizione giuridica". Tra l'altro il delitto "tentato" si caratterizza proprio "per la mancata verificazione dell'evento dovuta a cause indipendenti dalla volontà dell'agente". 

Per Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti" il massimo organo della Cassazione è stato chiamato a fare chiarezza tra orientamenti contrapposti. In questi casi si tratta di furto consumato o va derubricato a tentativo, e il reato si compie al momento dell'occultamento o solo quando si è varcata l'uscita senza pagare.




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Redazione del CorrieredelWeb.it


lunedì 15 dicembre 2014

RITO 2014: LEGALITÀ, LUCE SULLA COSTITUZIONE

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 Dal 18 al 21 dicembre, 18.30-22.30, Istituto Vespucci-Capuana-Pirandello di Catania 
I VALORI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA ACCENDERANNO IL RITO DELLA LUCE
Leggeranno gli articoli anche: il procuratore Salvi, il procuratore aggiunto Patanè, il presidente
del Tribunale Di Marco, il magistrato Acagnino, insieme a oltre 40 magistrati e avvocati

CATANIA - «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». È l'inizio dell'inizio, l'articolo primo delle nostre regole, il principio del vivere civile, ed è l'origine del percorso di coscienza sociale e politica che ogni uomo intraprende. Per questo sarà anche la prima, e fortemente simbolica, fiamma di conoscenza con cui si accenderà il Rito della Luce, ogni volta e per ciascuno che vi farà ingresso. Oltre 40 fra magistrati e avvocati, con la toga fuori e dentro l'anima, offriranno alla cittadinanza la lettura dei primi 54 articoli della Costituzione della Repubblica Italiana, quelli che sanciscono i principi fondamentali della democrazia e promulgano i diritti e dei doveri del cittadino, nei suoi rapporti civili, etico-sociali, economici e politici.

«È la grande novità del Rito, la testimonianza dell'impegno civico e politico che deve caratterizzare in maniera fondamentale ogni esistenza» afferma il presidente della Fondazione Fiumara d'Arte Antonio Presti, a pochi giorni dall'evento che sarà ospitato dal 18 al 21 dicembre – dalle 18.30 alle 22.30 – nella aule e nei corridoi dell'Istituto "Vespucci-Capuana-Pirandello", che ospita anche la succursale dell'Istituto "Sante Giuffrida".

«Non si può costruire un equilibrio all'interno di una comunità se non si rispettano le regole. E quali sono le regole più importanti del nostro Stato, le radici della nostra democrazia, se non le norme e i profondi valori contenuti all'interno della Costituzione» ha dichiarato il presidente della Sesta Sezione del Tribunale Civile di Catania Marisa Acagnino, che accogliendo con entusiasmo l'invito del mecenate Presti, coordinerà i magistrati e gli avvocati che parteciperanno al Rito. Ogni ora due giudici e due legali si daranno il cambio, senza sosta, per promuovere e diffondere continuamente un messaggio di legalità. «Interverrà tra gli altri anche il procuratore Giovanni Salvi – ha spiegato l'Acagnino – mentre venerdì 19 dicembre, alle 19.00, saranno presenti anche il presidente del Tribunale di Catania Bruno Di Marco e il procuratore aggiunto Michelangelo Patanè, anche a dimostrazione della spontanea e numerosa adesione di chi quotidianamente lavora per la giustizia. I temi del rispetto della legalità saranno al centro di questo evento, che rappresenta la più altra espressione di condivisione spirituale».

«Testimoniare come i giudici siano vicino alla città è un esempio di impegno civico e politico per le nuove generazioni – ha aggiunto Presti – la lettura della Costituzione è un atto dovuto in un momento come questo in cui nella società prevalgono energie e forze di annichilimento e distruzione. Il Rito della Luce è insieme un viaggio interiore individuale e collettivo, dove le regole e i loro valori ci legano gli uni agli altri». Non a caso, il secondo articolo della Costituzione cita: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Questi i magistrati che hanno già aderito al Rito della luce: Marisa Acagnino, Antonella Barrera, Dora Bonifacio, Rosaria Castorina, Agata Consoli, Angelo Costanzo,  Alessandro Dagnino, Bruno Di Marco, Tanella Distefano, Tiziana Laudani, Santino Mirabella, Daniela Monaco Crea, Rosalia Montineri, Flavia Panzano, Michelangelo Patanè, Simona Ragazzi, Fabio Regolo, Giovanni Salvi, Giovannella Scaminaci, Mariano Sciacca, Alessandro Sorrentino, Lina Trovato.
Questi gli avvocati che hanno già aderito al Rito della luce: Orazio Arena, Piergiuseppe Arena, Isidoro Barbagallo, Claudia Barcellona, Lucia Battaglia, Denise Caruso, Claudia Cassella, Elena Cassella, Giuseppe Castiglione, Angela Chimento, Lina Chimento, Maria Chisari, Renato Chizzoni, Erica Criscione, Carmelo Di Luca Cardillo, Domenico Di Stefano,Stefania Ecora Castiglione, Andrea Fassari, Massimo Ferrante, Ivan Ficicchia, Francesco Filogamo, Sergio Finocchiaro, Michele Galati, Sandra Guardo, Salvatore Leotta, Riccardo Liotta, Cristina Liuzzo, Mauro Meli, Giovanni Monfrini, Pina Morina, Marco Navarria, Stefano Nobile, Giuseppe Passarello, Francesca Patané, Pierluca Raciti, Vincenzo Ragazzi, Luca Sagneri, Gianluca Scardici, Giusy Schiaccianoce, Lucia Spampinato, Ferdinando Spilotri, Sergio Spina, Riccardo Todaro, Orazio Torrisi, Stefania Torrisi.

Riforme Costituzionali - Dibattito Università degli Studi - Istituto Europa Asia

Incontro lunedì 15 dicembre 2014, ore 17, Aula Crociera, via Festa del Perdono 7, Milano

L'ITALIA SI RIFORMA. IL PUNTO SULLE RIFORME COSTITUZIONALI


L'incontro  "L'Italia si riforma". Il punto sulle riforme costituzionali si terrà lunedì, 15 dicembre 2014, alle ore 17:00, presso l'Aula Crociera dell'Università degli Studi, via Festa del Perdono, n. 7, Milano.

 Questo il programma.

Saluti: Anna Scavuzzo, presidente della Commissione Affari Istituzionali del Comune di Milano.

Introduce: On. Emanuele Fiano, componente della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

Ne discutono: Marilisa D'Amico, professore di Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Milano;

Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato, Università di Perugia;

Lorenza Violini, professore di Diritto costituzionale, Università Statale di Milano;

Giulio Vigevani, professore di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano Bicocca;

Vittorio Angiolini, professore di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano.

Conclude:  On. Ivan Scalfarotto, sottosegretario di Stato alle Riforme costituzionali e ai Rapporti con il Parlamento.


Foto: Achille Colombo Clerici presidente IEA con Luciano Violante e Marilisa D'Amico

venerdì 12 dicembre 2014

MANIFESTAZIONE PER PROTEZIONE CANI RANDAGI IN ROMANIA. FRASSONI E GANDINI: SERVE LEGISLAZIONE UE PER LA PROTEZIONE DEGLI ANIMALI DA COMPAGNIA, COMPRESI I RANDAGI

 

BRUXELLES, Manifestazione per protezione cani randagi in Romania. Frassoni e Gandini: serve legislazione UE per la protezione degli animali da compagnia, compresi i randagi

 

Da decenni in Romania i cani randagi vengono eliminati,  torturati o lasciati morire in canili lager. Le legislazioni che si sono susseguite continuano a permettere l'eliminazione violenta, invece di promuovere elevati standard di politiche di protezione e benessere degli animali, l'Ue deve ora fare la sua parte.

 

"La Romania vuole ridurre il numero di cani e gatti randagi uccidendoli: una politica inaccettabile che, peraltro, non solo non dà i risultati sperati, ma non è nemmeno economicamente vantaggiosa. – dichiarano Edoardo Gandini e Monica Frassoni, esponenti di Green Italia - Solo Bucarest tra il 2001 ed il 2007 ha speso circa 9mln di euro per uccidere 144.000 cani (una media di €62 per cane), mentre la semplice sterilizzazione sarebbe costata tra i 20 ed i 25 euro per animale. Come in tutto il resto del mondo, l'abbattimento dei cani si dimostra essere una soluzione inefficace oltre che disumana."

 

"La Romania, in quando membro dell'UE e della Convenzione Europea per la Protezione degli Animali da Compagnia (Council of Europe, 13.11.1987), è chiamata a promuovere politiche di protezione e benessere degli animali conformi alle migliori pratiche internazionali."

 

"Chiediamo pertanto un intervento immediato da parte dell'UE sulle questioni di sua competenza, in particolare sulle pessime politiche di salute pubblica per le quali la Romania riceve milioni di euro (6mln di euro solo nel 2013).

Chiediamo, inoltre,  - concludono Frassoni e Gandini - la promozione da parte dell'UE di una legislazione europea sulla protezione degli animali da compagnia, compresi i randagi. L'anno scorso il commissario Borg si domandava se l'Europa fosse pronta a compiere un tale passo: le continue proteste dei cittadini europei dimostrano che non c'è ulteriore tempo da perdere.

Infine, le istituzioni rumene devono tenere in debita considerazione la dichiarazione del Parlamento UE del 13 ottobre 2011 sulla gestione della popolazione canina dell'Unione europea, firmata da 400 deputati, così come l'"Appello per fermare il massacro sistematico di cani randagi in Romania" redatto dall'Intergruppo del Parlamento UE sul benessere e la conservazione degli animali, del 6 settembre 2013 e indirizzato all'ex-Presidente Sig Traian Băsescu."

"Politiche virtuose e esistono e devono essere vincolanti per tutti i Paesi europei, compresa l'Italia responsabile per l'ignobile situazione di intere aree del sud".

 

Bruxelles, 12 dicembre



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Corte di Giustizia UE: legittimo l'uso delle telecamere puntate sulla strada per difendere la sicurezza di chi abita in casa

Corte di Giustizia UE: legittimo l'uso delle telecamere puntate sulla strada per difendere la sicurezza di chi abita in casa

Una sentenza che farà discutere in tema di rapporto tra privacy e diritto alla sicurezza arriva dalla Corte di Giustizia Europea che chiarisce come siano legittime le telecamere installate in casa e puntate sulla pubblica via.

Un via libera condizionato, però, quello dei giudici europei della quarta sezione, secondo i quali il trattamento di dati personali come l'immagine ripresa dall'occhio elettronico può essere realizzato senza il consenso dell'interessato purché chi ha installato l'apparecchio abbia un interesse legittimo alla protezione dei beni, della salute e della vita propri e della sua famiglia.

La sentenza nella causa C-212/13, pubblicata ieri 11 dicembre rileva che in virtù delle norme comunitarie la videosorveglianza che si estende allo spazio pubblico è diretta al di fuori della sfera privata della persona che tratta i dati e non può essere considerata «un'attività esclusivamente personale o domestica».

Applicando la direttiva Ue, il giudice nazionale deve tenere in considerazione, nel contempo, il fatto che le sue disposizioni consentono di valutare l'interesse legittimo del responsabile del trattamento alla protezione dei beni, della salute e della vita propri nonché della sua famiglia.In primo luogo, il trattamento di dati personali può essere effettuato senza il consenso dell'interessato, segnatamente quando è necessario alla realizzazione dell'interesse legittimo del responsabile del trattamento.
In secondo luogo, una persona non dev'essere informata del trattamento dei suoi dati, se l'informazione di quest'ultima si rivela impossibile o implica sforzi sproporzionati.

In terzo luogo, gli Stati membri possono limitare la portata degli obblighi e dei diritti previsti dalla direttiva, quando una siffatta limitazione è necessaria per salvaguardare la prevenzione, la ricerca, l'accertamento e il perseguimento di infrazioni penali o la tutela dei diritti e delle libertà altrui.
Data l'autorevolezza della fonte giurisprudenziale da cui promana la decisione in commento, di fatto si dà un via libera europeo all'uso di apparecchi di videosorveglianza privati ancor più esteso di quanto non lo fosse in precedenza, rileva Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti".
Lecce, 12 dicembre 2014                                                                                                                                                                                         


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giovedì 11 dicembre 2014

Acquisto della cittadinanza italiana. Cosa fare quando il procedimento non si conclude entro 730 giorni


Firenze, 11 Dicembre 2014. I tempi di conclusione dei procedimenti di concessione della cittadinanza italiana sono – notoriamente - biblici: in media occorre aspettare 5 anni dalla data di presentazione della domanda.Si tratta di ritardi cronici della pubblica amministrazione, immotivati nella sostanza e fondamentalmente frutto di mala organizzazione che, come abbiamo visto, di recente si e' estesa anche alla fase della presentazione delle domande, nel tentativo di alcune Prefetture di "aggirare" il termine imposto dalla legge ritardando la presentazione delle domande con appuntamenti fissati dopo un anno dalla richiesta.

La gravita', cronicita' e "ingiustificabilita'" dei ritardi del Ministero dell'Interno nel concludere i procedimenti di concessione della cittadinanza – nonostante il termine decisamente lungo di 730 giorni previsto dalla legge – e' stata anche stigmatizzata dal TAR Lazio in una class action pubblica, all'esito della quale i Giudici hanno condannato il Ministero dell'interno "a porre in essere ogni adempimento utile, di carattere organizzativo e procedurale, volto al rigoroso rispetto dei termini previsti per la conclusione del procedimento di rilascio della cittadinanza italiana, tenuto conto che, la previsione legislativa di riconoscere ben 730 giorni di tempo (a mente dell'art. 3 del D.P.R. 18 aprile 1994 n. 362, Regolamento recante disciplina dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana) all'amministrazione competente per completare il percorso istruttorio con l'adozione del provvedimento conclusivo appare più che idonea a rendere ingiustificabile
ogni ragione di ritardo nel completamento della filiera amministrativa in questione a far data dalla presentazione della relativa istanza".
Sono passati gia' alcuni mesi dalla sentenza (depositata il 26 febbraio 2014), eppure parrebbe che il ministero dell'Interno non abbia al momento intenzione di migliorare l'efficienza dei propri uffici: rispondendo ad una interrogazione parlamentare, del 24 settembre 2014, sulle iniziative che il Ministero intende porre in essere per velocizzare l'iter procedimentale, il Ministro dell'Interno non ha infatti menzionato nuove "misure di razionalizzazione" attuate - o in corso di attuazione - successivamente all'emanazione della sentenza, che per ora resta quindi lettera morta.

Cosa fare dunque quando l'amministrazione tarda a rispondere?

Il termine per la conclusione di tutti i procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana e' di 730 giorni dalla presentazione della domanda. Le conseguenze dello spirare di questo termine senza che  l'amministrazione abbia provveduto - rigettando o accogliendo l'istanza - sono diverse a seconda dei motivo in base al quale la cittadinanza italiana e' stata richiesta.

In caso di richiesta per matrimonio con cittadino italiano, o di richiesta da parte di persone nate in Italia e vissute in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni, sorge un vero e proprio diritto soggettivo alla cittadinanza: passati due anni l'amministrazione non potra' piu' rigettare l'istanza e il richiedente potra' decidere se attendere i tempi dell'amministrazione o rivolgersi al giudice ordinario chiedendo che venga dichiarata la propria cittadinanza italiana.

In tutti gli altri casi lo spirare del termine di 730 giorni comporta un silenzio-inadempimento della pubblica amministrazione. Il richiedente potra' quindi impugnare, entro un anno dalla data in cui il termine di 730 giorni e' trascorso (e quindi entro tre anni dalla presentazione della domanda, pena la dichiarazione di irricevibilita' del ricorso), il silenzio dell'amministrazione davanti al Tar Lazio. Il Tribunale Amministrativo, verificato il decorso del termine senza che l'amministrazione si sia pronunciata, ordinera' all'amministrazione di provvedere entro un termine stabilito in sentenza (solitamente tra i 30 e i 90 giorni). In caso di ulteriore inadempimento il Tar nominera' un commissario ad acta, affinche' si sostituisca all'amministrazione e provveda a concludere il procedimento. Se il ricorrente ne fa richiesta, per evitare di presentare una ulteriore istanza, il commissario ad acta potra' essere nominato contestualmente alla sentenza che dichiara l'illegittimita' del silenzio e ordina all'amministrazione di provvedere.

E' possibile ottenere il risarcimento del danno da ritardo?

Il Tar Lazio ha escluso, con diverse pronunce, la risarcibilita' del danno da silenzio-inadempimento nelle istanze di concessione della cittadinanza. Ad avviso dei giudici, infatti, il richiedente dovrebbe provare non solo di essere in possesso dei requisiti per la concessione della cittadinanza, ma anche che la stessa sarebbe stata sicuramente concessa dall'amministrazione, il che e' impossibile vista l'ampia discrezionalita' dell'amministrazione nel concedere la cittadinanza nel valutare la sussistenza dell'interesse pubblico ad adottare il provvedimento di concessione.

Emmanuela Bertucci, legale Aduc



DECRETO CONTRO LEGNO ILLEGALE PUBBLICATO IN GAZZETTA UFFICIALE - ASSOCIAZIONI: "ORA SUBITO I CONTROLLI"

DECRETO CONTRO LEGNO ILLEGALE PUBBLICATO IN GAZZETTA UFFICIALE

ASSOCIAZIONI: “ORA SUBITO I CONTROLLI”

La news sul sito del WWF: http://www.wwf.it/news/sala_stampa/?12840/Decreto-contro-il-legno-illegale

ROMA, 11 dicembre 2014 - Greenpeace, WWF, Terra! e Legambiente esprimono soddisfazione per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale  - avvenuta ieri sera  - del decreto-legge che introduce in Italia i meccanismi necessari all’applicazione del Regolamento Europeo del Legno che proibisce l’immissione e il commercio in Europa di legno e prodotti derivati provenienti dal taglio illegale.

 Ora che finalmente anche il nostro Paese è in possesso di una norma che permette di adeguarsi ai regolamenti comunitari contro le importazioni di legno illegale, le associazioni ambientaliste ritengono di fondamentale importanza che si proceda all’immediata approvazione dei decreti ministeriali previsti e chiedono quindi un incontro con il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Maurizio Martina.

 Il Regolamento 995/2010 o EUTR (European Union Timber Regulation) è fondamentale per la lotta ai processi di deforestazione che stanno compromettendo gli ecosistemi forestali del Pianeta. La norma, promossa dall'UE, prevede l’adozione di un sistema di dovuta diligenza da parte degli importatori che dovranno mettere in atto tutte le misure necessarie per evitare che, nelle filiere dei prodotti che commercializzano, vi sia la possibilità che venga introdotto - e quindi ripulito - il legname illegale.

 L’EUTR richiede ad ogni Stato membro la definizione di sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive attraverso un decreto attuativo che finalmente è stato emanato in Italia. Anche nel nostro Paese si potrà quindi procedere con i controlli sul mercato del legno e sarà finalmente possibile dare seguito alle denunce delle associazioni che negli ultimi mesi hanno segnalato numerose violazioni, applicando le sanzioni previste.

 Greenpeace, WWF, Terra! e Legambiente ritengono prioritario che il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali - autorità competente in Italia - si doti ora di una strategia operativa e di un piano di ispezioni per controllare il mercato nazionale. Inoltre, le autorità dovrebbero avviare subito una campagna di comunicazione per le decine di migliaia di aziende della filiera del legno interessate dal provvedimento, a beneficio anche di tutti i consumatori. È infine necessario promuovere una efficace formazione per gli stessi addetti che dovranno svolgere i controlli e far rispettare la legge.

 Nonostante quello italiano sia uno dei mercati più importanti a livello internazionale per le importazioni di legname, si è dovuto attendere quasi due anni dall’entrata in vigore del regolamento - avvenuta il 3 marzo 2013 -  perché questo decreto attuativo fosse adottato nel nostro Paese. Adesso, il Ministero non ha più scuse per non agire.

 

 NOTA:

Nella Gazzetta ufficiale di mercoledì 10 dicembre, è stato pubblicato il DECRETO LEGISLATIVO 30 ottobre 2014, n. 178  di Attuazione del regolamento (CE) n. 2173/2005 relativo all'istituzione di un sistema di licenze FLEGT per le importazioni di legname nella Comunità europea e del regolamento (UE) n. 995/2010 che stabilisce gli obblighi degli operatori che commercializzano legno e prodotti da esso derivati  (entrera' in vigore dal 25 dicembre 2014).

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2014-12-10&atto.codiceRedazionale=14G00191&elenco30giorni=false

Pignoramento auto, conto corrente, stipendi: da oggi procedure più snelle e veloci



Firenze, 11 Dicembre 2014. Da oggi 11/12/2014 i nuovi procedimenti di pignoramento che riguardano i veicoli (auto e moto) e i crediti del debitore presso terzi (stipendi, conti correnti bancari, etc.) diventano più snelli e veloci in conseguenza a quanto prevede la Legge di conversione del DL 132/2014 (Legge 162/2014).

La principale novità, per la quale in realtà è atteso un decreto ministeriale, è la ricerca telematica dei beni potenzialmente pignorabili, con successiva attivazione “d'ufficio” delle relative procedure. L'ufficiale giudiziario, infatti, su istanza del creditore e con autorizzazione del giudice, può eseguire ricerche telematiche su tutti gli archivi della pubblica amministrazione (Pra, anagrafe tributaria, anagrafe conti correnti, archivi di enti previdenziali, etc.).

Altra novità e' che per i pignoramenti di veicoli e presso terzi il foro competente e' sempre il domicilio del debitore.

Per le novità specifiche vediamo i dettagli.
Pignoramento auto e moto
Tecnicamente parlando il pignoramento di auto e moto rientra nelle procedure di espropriazione mobiliare presso il debitore, disciplinata dal codice di procedura civile (art.513 e segg.)
Deve preventivamente esser stato notificato un titolo esecutivo e un precetto, a meno che il veicolo non sia già stato ipotecato.

Fino ad oggi la difficoltà -per gli ufficiali giudiziari- era quella di rintracciare il veicolo oggetto di pignoramento, con necessità di autorizzazioni particolari se lo stesso si trovava in strada anziché nell'area di proprietà del debitore. Con le nuove norme queste difficoltà sono superate. Esse prevedono infatti la notifica al proprietario/debitore di un atto di intimazione a consegnare il veicolo entro 10 giorni all'istituto vendite giudiziarie del luogo, decorsi i quali l'eventuale circolazione con lo stesso e' punibile con il sequestro e successiva consegna all'istituto vendite giudiziarie.
La procedura infatti prevede che il pignoramento venga iscritto al PRA e che da quel momento non possa più circolare, come per il fermo amministrativo.

Pignoramento crediti presso terzi (stipendi, conti correnti, affitti)
Disciplinato dal codice di procedura civile agli art.543 e segg., riguarda beni del debitore, o suoi crediti, in possesso di terzi (datore di lavoro, banche, etc.). Si esegue mediante un atto da notificare al debitore e al terzo con il quale si indicano le cose o somme dovute e si intima al terzo di non disporne senza ordine del giudice.

La novità è che con questo atto il terzo non viene più direttamente convocato davanti al giudice (insieme al debitore) per consegnare la lista delle cose -o crediti- in suo possesso ma viene invitato a fare la comunicazione per raccomandata a/r o pec entro 10 giorni, anche tramite il proprio avvocato. In mancanza scatta la convocazione, e se anche in questa occasione non viene resa la dichiarazione si prendono per buoni i crediti e i beni dichiarati dal creditore, che diventano incontestabili.

Si ricorda che il pignoramento presso terzi è leggermente diverso nel caso segua il mancato pagamento di una cartella esattoriale (pignoramento esattoriale). In questo caso il terzo (che puo' essere anche un inquilino per il pagamento di fitti scaduti) deve consegnare le cose -o versare le somme di cui e' debitore- direttamente all'agente per la riscossione entro 60 giorni dalla notifica dell'atto di pignoramento.
Il riferimento e' il Dpr 602/73 artt.72 e segg.

Anche riguardo all'impignorabilità degli stipendi le due procedure sono diverse:
- nel pignoramento classico disciplinato dal codice di procedura civile gli stipendi sono pignorati nella misura decisa dal giudice per massimo un quinto (cpc art.545).
- nel pignoramento esattoriale l'agente per la riscossione può pignorare fino al 10% degli stipendi, indennità o trattamenti di fine rapporto non superiori a 2.500 euro, fino ad un settimo per quelli tra 2.500 e 5.000 euro e fino ad un quinto per quelli superiori a 5.000 euro. Non e' mai pignorabile l'ultimo stipendio accreditato sul c/c (Dpr 602/73 art.72ter).

Per ogni approfondimento si veda la scheda IL PIGNORAMENTO: http://sosonline.aduc.it/scheda/pignoramento_9963.php

Rita Sabelli, responsabile Aduc aggiornamento normativo

mercoledì 10 dicembre 2014

Amnesty International: "E' il momento che il Parlamento approvi il reato di tortura"


É la richiesta fatta da Amnesty International, Antigone, Arci, Cild e Cittadinanzattiva durante la conferenza tenutasi oggi. 

Si è tenuta stamattina la conferenza stampa nell'ambito dell'iniziativa "In silenzio contro la tortura", promossa da Amnesty International, Antigone, Arci, Cild e Cittadinanzattiva. 

La sede scelta è stata quella della Camera dei Deputati dove da marzo, quando fu approvato al Senato il disegno di legge per l'introduzione del reato di tortura nel codice penale, il testo è fermo. 

Riccardo Noury, Susanna Marietti, Laura Liberto, Patrizio Gonnella, Francesca Chiavacci, intervenendo a nome delle associazioni promotrici dell'iniziativa hanno ribadito l'importanza che, a 30 anni dall'adozione della Convenzione contro la tortura da parte delle Nazioni Unite e oltre 25 anni dopo la ratifica italiana, finalmente l'Italia si adegui agli standard internazionali, approvando questa legge. 

Lo stesso hanno sottolineato nei propri interventi gli esponenti delle organizzazioni aderenti all'evento, nonché il cantante Piotta, testimonial del mondo dell'arte. 

In apertura di conferenza stampa Amnesty International ha consegnato alla vice Presidente del Senato, Linda Lanzillotta, le 16.000 firme raccolte per chiedere l'introduzione di questo reato. Un'iniziativa che anche Antigone ripeterà nelle prossime settimane consegnando le circa 15.000 firme on-line raccolte, che si vanno ad aggiungere alle 30.000 cartacee, raccolte dalla stessa associazione insieme a numerose altre. 

Nel ricevere le firme la senatrice ha ribadito l'impegno affinché l'Italia faccia proprio questo reato. Un impegno che hanno espresso e assunto anche i deputati presenti Gennaro Migliore (PD), Paolo Beni (PD), Davide Matiello (PD), Daniele Farina (SEL), Giulia Sarti (M5S), proprio a partire dal 15 dicembre quando in commissione giustizia si inizierà a discutere degli emendamenti al testo. 

L'auspicio che il disegno di legge venga approvato anche alla Camera è arrivato da Luigi Manconi, primo firmatario al Senato che, pur riconoscendo le modifiche peggiorative subite dal testo da lui proposto (in particolare per la configurazione del reato quale generico, anziché specifico, come raccomandato dalle Nazioni Unite), ha messo in guardia sul fatto che, se il testo venisse modificato alla Camera, al Senato poi non ci sarebbero i numeri e le forze per un'approvazione conforme, con il rischio che dovranno passare altri 25 anni senza questo reato. 

La conferenza è stata interrotta a metà dei suoi lavori quando i presenti si sono alzati in piedi e hanno osservato un minuto di silenzio contro la tortura. Un modo per controbattere al silenzio che, in questo quarto di secolo, è arrivato dalle istituzioni. 

venerdì 5 dicembre 2014

SCUOLA – Sentenza Corte Giustizia UE, sul precariato il Governo continua a sbagliare



nlogoanief

 

Non assumere 60mila docenti abilitati e 40mila Ata esporrebbe lo Stato a risarcimenti miliardari, molto superiori ai costi della loro stabilizzazione negata. Sbaglia il sottosegretario Gabriele Toccafondi a dire, come ha fatto oggi rispondendo ad un'interpellanza parlamentare, che la questione si ritiene chiusa con il programma "di assunzioni a tempo indeterminato di circa 148mila docenti delle scuole di ogni ordine e grado da attuarsi nell'a.s. 2015/16, con conseguente chiusura definitiva delle graduatorie ad esaurimento".

 

Marcello Pacifico (presidente Anief): chi governa continua a ragionare come se la storica sentenza del 26 novembre a Lussemburgo non fosse mai esistita, trattando il fenomeno del precariato per comparti. Il punto è che è finito il tempo di far operare i lavoratori nello Stato per lunghi periodi, a tempo determinato e su posti vacanti e disponibili senza alcuna ragione sostitutiva.

 

La storica sentenza del 26 novembre della Corte di Giustizia europea ha messo in chiaro, una volta per tutte, che la stagione delle discriminazioni verso i precari è giunta al capolinea: invece i rappresentanti del Governo continuano ad esternare come se non fosse accaduto nulla. Come il sottosegretario Gabriele Toccafondi che, rispondendo oggi ad un'interpellanza urgente dell'on. Silvia Chimienti (M5S) sulle modalità che l'Esecutivo intende adottare per dare seguito al parere espresso dalla Corte di Lussemburgo sulla reiterazione dei contratti, si è limitato a dire che la questione si ritiene chiusa con il programma "di assunzioni a tempo indeterminato di circa 148mila docenti delle scuole di ogni ordine e grado da attuarsi nell'a.s. 2015/16, con conseguente chiusura definitiva delle graduatorie ad esaurimento", come previsto dalla 'Buona Scuola' e dalla Legge di Stabilità 2015.

 

Il sottosegretario, inoltre, ha spiegato che "i posti che si renderanno vacanti e disponibili per effetto del turn over a decorrere dall'anno 2016 saranno coperti con docenti assunti a tempo indeterminato grazie alla regolare indizione di appositi concorsi. Tutto ciò, renderà stabile e sistematica la procedura di reclutamento dei docenti. È evidente – ha concluso Toccafondi - che l'attuazione del piano consentirà di eliminare il ricorso reiterato a contratti a tempo determinato ed utilizzare le supplenze solo per esigenze contingenti ed imprevedibili".

 

Ancora una volta, il Governo non spende una parola per tutti gli abilitati all'insegnamento non inclusi nelle GaE. E nemmeno sui tanti precari appartenenti al personale Ata che da un lungo periodo, superiore ai tre anni servizio svolto, indicati dalla Curia europea, operano per l'amministrazione scolastica in stato di precarietà. Si continua, in sostanza, a considerare per buona la Legge 106/2011, che autorizza alla reiterazione dei contratti a termine, mentre la suprema Corte UE ha nel frattempo spiegato, a chiare lettere, che qualsiasi norma di questo stampo risulta in palese contrasto con la direttiva europea 1999/70/CE.

 

"Si continua a trattare il fenomeno del precariato – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – per sottocomparti. Eppure, i giudici della Corte di Giustizia europea non hanno indicato come elemento imprescindibile, per essere assunti, quello della collocazione dei precari in particolari o determinate graduatorie. Per essere immessi in ruolo occorre il titolo di studio richiesto e i 36 mesi di servizio, anche non consecutivi, su posto previsto in organico di diritto, quindi con scadenza collocata almeno sino al termine dell'anno scolastico. Più l'abilitazione all'insegnamento, ovviamente quando si parla di personale docente".

 

"Ora, siccome ci sono almeno 100mila precari della scuola in questo stato, 60mila insegnanti e 40mila Ata, è evidente che non volerli assumere significa automaticamente esporsi ad una nuova stagione di ricorsi. Ma proprio alla luce della sentenza europea della scorsa settimana, continuare a tenere la testa nella sabbia, come sembra voler far il Governo italiano, può essere davvero rischioso: stavolta lo Stato italiano rischia di pagare risarcimenti salatissimi, anche di 6 miliardi di euro", dice ancora Pacifico.

 

Per evitare l'avvio di decine di migliaia di impugnazioni in tribunale, il Governo farebbe quindi bene a cambiare registro. Prendendo atto del fatto che lo scenario politico e giuridico è mutato. Ecco perché l'Anief ha chiesto al Parlamento, prima alla Camera e ora al Senato, sempre con richieste di atti emendativi alla Legge di Stabilità 2015, di prevedere un allargamento di 100mila unità al piano di assunzioni e di includervi il personale non docente.

 

Il giovane sindacato chiede, pertanto, di incrementare il cosiddetto organico funzionale per un totale quindi di 210mila immissioni in ruolo di personale docente. Per il personale docente, la proposta Anief è quella di consentire l'inserimento in quarta fascia aggiuntiva, considerato tra l'altro che in alcune province e per alcune classi di concorso le Graduatorie ad esaurimento sono ormai vuote. Come si fa, visto che vi sono i posti vacanti e il personale abilitato a cui affidarli, a continuare a traccheggiare in attesa di nuovi concorsi da bandire nel 2016 e concludere, se va bene, l'anno successivo? Lo stesso discorso vale per gli amministrativi, tecnici e ausiliari della scuola, che, come i docenti, svolgono un ruolo fondamentale ed a sostegno della scuola pubblica: hanno tutti i requisiti, ma vengono lasciati ancora una volta al palo.

 

Anief ribadisce che la sentenza del 26 novembre riguarda tutto il pubblico impiego, ma solo per la scuola italiana coinvolge oltre 250mila precari, tra personale docente e Ata. Perché negli ultimi tredici anni le immissioni in ruolo sono state appena 250mila, a fronte di un milione e mezzo di supplenze annuali o fino al termine delle attività didattiche su posti liberi e appena 300mila pensionamenti. I supplenti di lungo corso, con almeno quattro supplenze annuali o al 30 giugno, vanno assunti: "è finita l'epoca di farli operare nello Stato per lunghi periodi a tempo determinato su posti vacanti e disponibili e senza alcuna ragione sostitutiva. Chi ci governa – conclude Pacifico – se ne faccia una ragione".

 

Per approfondimenti:

 

Dal 2001 assunti 258 mila insegnanti ma dovevano essere molti di più: in pensione in 295 mila e 311 mila posti liberi

 

Precariato: la Corte di Giustizia europea dà ragione ad Anief-Confedir

 

Sentenza nelle cause riunite C-22/13, C-61/13, C-62/13, C-63/13, C-418/13 Raffaella Mascolo e a. / Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

 

Sentenza Corte di Giustizia UE: i precari da assumere sono 250mila e i soldi ci sono

 

Precariato, la 'Buona Scuola' non basta più: mancano 100mila assunzioni

 

La sentenza di Lussemburgo va allargata a tutto il pubblico impiego

 

Sentenza Corte di Giustizia Europea: cosa fare per ricorrere? Ecco le FAQ

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