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lunedì 30 novembre 2015

LA CASSAZIONE DICE SEI VOLTE "SÌ" - REFERENDUM NO TRIV SEMPRE PIU' VICINO

I sei quesiti referendari contro le trivelle in mare e su terraferma hanno superato indenni l'esame di regolarità della Corte di Cassazione.

Con due ordinanze adottate il 26 novembre 2015 la Corte di Cassazione ha accolto i sei quesiti referendari così come deliberati dalle Assemblee Regionali di Basilicata, Abruzzo, Marche, Campania, Puglia, Sardegna, Veneto, Liguria, Calabria e Molise.

Le ordinanze verranno comunicate al Presidente della Repubblica, al Presidente della Corte Costituzionale ed ai Presidenti delle Camere, e verranno notificate ai delegati dei dieci Consigli Regionali proponenti.

L'ultimo scoglio da superare sarà l'esame di legittimità costituzionale della Suprema Corte che si pronuncerà entro febbraio 2016.

I sei "SI'" giungono a coronamento di una lunga fase di impegno per la formulazione dei quesiti e della pressione democratica dal basso esercitata da oltre 200 associazioni italiane. L'abnegazione ed il merito della proposta complessiva hanno consentito di intercettare prima l'unanime consenso della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive regionali e, successivamente, lo storico risultato delle 10 delibere di richiesta referendaria, da parte di altrettanti Consigli regionali.

Compiuto questo nuovo passo, è giunto dunque il momento di consolidare il risultato ottenuto preparandosi alla costruzione di un sistema di alleanze -il più ampio e trasversale possibile- e di un percorso organizzativo che consenta di portare al voto la maggioranza degli aventi diritto, senza mediazioni con il Governo su un referendum che ha un obiettivo molto chiaro e non emendabile, se non a rischio di stravolgerne e affievolirne senso e scopo.

La via referendaria è l'unica che possa raggiungere nel breve termine l'obiettivo sia di fermare nuovi progetti petroliferi sia di contenere e ridimensionare il ruolo delle energie fossili nel mix energetico nazionale.

Ma anche qualora le richieste di modifica normativa in senso No Triv venissero avanzate in buona fede, bisognerebbe tener conto della maggiore efficacia del referendum rispetto a quella, più limitata, dell'abrogazione per via legislativa. I divieti introdotti dal Decreto Prestigiacomo non furono forse rimossi per numerosi progetti petroliferi in mare proprio dall'art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo?

Quindi, non si persegua la strada della modifica per via legislativa delle norme che, per mezzo del referendum abrogativo, è invece possibile cancellare stabilmente dall'ordinamento.
Il Referendum non è nella disponibilità del Governo.

L'Assemblea "Verso il Referendum" dell'8 novembre scorso, rappresentativa delle associazioni vere promotrici del Referendum, ha stabilito in modo unitario ed inequivocabile che nessuno è legittimato a "mediare" o a dialogare con un Governo che più di ogni altro ha dimostrato fredda determinazione nel portare a compimento il contenuto fossile della Strategia Energetica Nazionale e che si appresta ad assestare un colpo mortale al coinvolgimento delle comunità locali e delle Regioni nelle scelte strategiche che determinano il futuro dei territori e del Paese.

Il Referendum è di tutti e ciò significa che nessuno può disporne oltre la Corte Costituzionale e, ovviamente, i Cittadini.

Prossima tappa intermedia sarà l'incontro a Roma, il 9 dicembre prossimo, tra i delegati delle Assemblee delle dieci Regioni che hanno deliberato la richiesta di referendum ed i rappresentanti delle associazioni promotrici del Referendum: in quella sede verranno messi a fuoco i principali aspetti organizzativi e discusse le prime soluzioni che dovranno portarci al voto di primavera.

La strada è tracciata. Adesso tocca percorrerla tutti assieme per arrivare al risultato per anni inseguito: liberare il mare e la terraferma da nuove trivelle ed aprire la strada ad una nuova politica energetica, economica ed ambientale.

MEDIAZIONE OBBLIGATORIA: L'ANAMMI FIRMA UN ACCORDO CON GEOCAM

Siglata l'intesa che permetterà agli amministratori di condominio di velocizzare la composizione delle controversie. Secondo i dati del ministero di Giustizia, quasi il 40% delle mediazioni condominiali si chiude con successo se le parti accettano di incontrarsi. “I tempi ed i costi della giustizia civile sono tali da far propendere per la conciliazione”, osserva il presidente Bica

Un accordo per promuovere e sostenere la mediazione nella soluzione delle liti condominiali. E' questo il contenuto dell'intesa siglata dall'ANAMMI, l'Associazione Nazional-europea degli AMMinistratori di condominio, con GEO-CAM, organismo di mediazione dell'Associazione Nazionale Geometri, Consulenti tecnici, Arbitri e Mediatori.

In particolare, l'accordo intende promuovere la soluzione alternativa delle controversie, in modo da alleggerire il forte contenzioso che caratterizza il mondo condominiale ed evitare così le forti spese legali delle cause civili. L'amministratore di condominio, in questo quadro, ha un ruolo centrale, poiché, anche nell'ambito della mediazione, ha il ruolo di rappresentare il condominio, dopo essere stato autorizzato in tal senso dell'assemblea condominiale.

La nostra associazione afferma da tempo che la prima mediazione passa per l'amministratore – commenta Giuseppe Bica, presidente dell'ANAMMI -. Inoltre, i tempi ed i costi della giustizia civile sono tali da far propendere per la conciliazione che, per legge, è divenuta un passaggio obbligatorio. Ad incoraggiarci, sono i numeri della stessa mediazione, che sta acquistando spazi importanti”.

Secondo le statistiche del ministero della Giustizia, nei primi sei mesi del 2015, si sono definite 10.685 procedure di mediazione, a fronte di oltre 12mila procedimenti iscritti. Sul totale complessivo delle procedure, l'11% riguarda la materia condominiale. Il 25% delle mediazioni si chiude con successo, ma la percentuale sale a quasi il 40% se le parti hanno accettato di incontrarsi.

A conferma della fiducia crescente nei confronti dello strumento conciliatorio, secondo i dati del ministero della Giustizia, nel 54% dei procedimenti condominiali è comparso l'aderente, vale a dire la parte convenuta. Il valore medio di una mediazione è, in genere, pari a 7500 euro mentre, per raggiungere l'accordo, occorrono in media 98 giorni. Un ottimo risultato rispetto alle 844 giornate calcolate per una normale causa civile.

L'attivazione della procedura di mediazione è semplice e veloce: basta compilare gli appositi moduli ed entro un mese dalla presentazione della domanda presso l'organismo di mediazione, sarà nominato un mediatore, esperto in materia condominiale, e fissato un primo incontro. Se le parti intendono proseguire con la mediazione, la procedura dovrà essere conclusa entro tre mesi dall'attivazione.

Ci auguriamo – afferma il presidente dell'ANAMMI - grazie all'accordo con GEO-CAM, di assistere ad una composizione più agevole delle controversie di settore che, come ci dimostrano anche le cronache, rendono sempre più difficile la convivenza in condominio”.

venerdì 27 novembre 2015

Decreto salva-banche: tra bail-out e bail-in ci rimettono la finanza etica e lo sviluppo sostenibile

Lo scorso 22 novembre, 4 medie banche italiane (CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti) sono state oggetto del cosiddetto decreto salvabanche varato dal Consiglio dei Ministri in una straordinaria riunione domenicale. Lo stesso Governo che solo qualche giorno prima aveva emanato la normativa di attuazione – con decorrenza dal 1 gennaio prossimo – della direttiva europea nota per il bail in e che prevede che il denaro per i salvataggi sia messo a disposizione dai soci e dai creditori della banca in crisi.

Fino a poco tempo fa il salvataggio di queste banche avrebbe comportato un intervento con fondi pubblici (c.d. bail out), come è avvenuto in moti paesi europei a ridosso della crisi del 2007, oppure operazioni di fusione con soggetti in buona salute sulla scia della politica per lungo tempo adottata da Banca d'Italia. Oggi - in linea con i nuovi principi europei - non si utilizzano più risorse pubbliche per il mantenimento "forzoso" sul mercato di soggetti in crisi.

Il Governo Italiano ha deciso di fare una corsa contro il tempo per derogare alla direttiva sul bail-in, che implicherebbe – per le banche non sistemiche come le 4 in questione - il pagamento tutto a carico di clienti e creditori della stessa banca. E ha deciso che il conto debba essere pagato da tutte le banche italiane. Anche quelle virtuose, anche quelle nonprofit, anche quelle che lottano per restare coerenti con la mission di sostenere l'economia reale e sostenibile mantenendo in equilibrio i propri bilanci senza alcun aiuto pubblico.  

Il decreto salva-banche ha scelto di concedere alle 4 banche- in default  a causa di una gestione opaca - di utilizzare il "fondo di risoluzione": un fondo in costituzione ai sensi della Direttiva Europea sui salvataggi bancari atto a  garantire un atterraggio soft di banche "sistemiche" con l'obiettivo di evitare rischi di contagio. A queste 4 banche italiane medio-piccole è stato concesso di utilizzare questo fondo, pur non avendone "probabilmente" i requisiti secondo la logica della Direttiva in parola, per il semplice fatto che tale normativa verrà recepita in Italia a far data dal 1 gennaio prossimo.

A fronte di questa scelta del Governo si richiede al sistema bancario – inclusa la finanza etica - un contributo al costituendo fondo di risoluzione di molto superiore a quanto previsto. Nello specifico, per quanto riguarda Banca Etica, era stato preventivato e comunicato un contributo di 130mila euro per il 2015 e identica cifra per il 2016. Ora – a seguito del decreto salva-banche- ne sarà richiesto uno molto più oneroso che potrebbe superare i 500 mila euro nel 2015 e sfiorare i 400 mila nel 2016. Sono cifre importanti che sottraggono risorse allo sviluppo sostenibile e all'economia sociale a cui Banca Etica fa credito,  perché, essendo banca nonprofit, ogni euro di utile che viene sottratto per salvare altre banche rappresenta 12 euro in meno di credito erogabile.

"Prendiamo atto che una volta ancora la regolamentazione penalizza la finanza etica, che da tempo annunciava i problemi del sistema finanziario e che durante la crisi è stata sempre in controtendenza:  mentre le grandi banche contraevano sempre più il credito all'economia reale, Banca Etica ha mantenuto importanti tassi di crescita nei finanziamenti erogati a favore di famiglie e imprese sociali. Erogazioni che ora potremmo essere costretti a ridurre a causa dei contributi che ci vengono richiesti per salvare banche mal gestite. E nel colpire la finanza etica si colpisce quella parte di paese che continua a lavorare quotidianamente per lo sviluppo sostenibile e la solidarietà" dice Ugo Biggeri Presidente di Banca Etica.



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Decreto salvabanche e obbligazioni subordinate: risparmiatori azzerati, banche aiutate dal fisco!

Firenze, 27 Novembre 2015.  La decisione, contenuta nel Decreto varato domenica 22 novembre dal Governo, di azzerare i bond subordinati delle quattro banche "salvate" e quindi Banca Marche, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio e le due Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, ha suscitato sconcerto tra gli obbligazionisti, i quali si sono visti sparire i titoli dai propri dossier. E' logico supporre che la gran parte di essi non abbia ancora compreso l'accaduto, anche perché salvo poche eccezioni i media non lo hanno molto evidenziato.
Il fenomeno non è affatto limitato: parliamo di realtà consolidate sul territorio e di istituti che avevano esteso in maniera anche notevole il proprio raggio di azione. Il valore complessivo delle obbligazioni subordinate azzerate è di ben 788 milioni di euro.
In questi giorni si discute quindi ancora di più della nuova normativa UE sui "bail-in" che, in caso di salvataggio di un istituto di credito, impone la "partecipazione", oltre ovviamente degli azionisti, dei creditori a partire dai portatori di strumenti subordinati ed ibridi per poi passare, se necessario, alle normali obbligazioni "senior" ed infine ai depositi per la quota superiore centomila euro per ciascun depositante.
Gli strumenti subordinati ed ibridi rappresentano un modo per le banche e le assicurazioni di rafforzare il bilancio perché appunto consentono, al verificarsi di determinate condizioni, di non pagare in tutto o in parte le cedole ed anche il capitale.
Sebbene amara, la nuova normativa ha una sua logica perché fino ad oggi in Italia hanno pagato i contribuenti tramite la fiscalità generale, ed in una maniera nemmeno tanto nascosta i dirigenti godevano della certezza che qualunque disastro avessero combinato, nessun creditore sarebbe rimasto danneggiato perché alla fine sarebbe intervenuto lo Stato. Si tratta del concetto di "azzardo morale".
Il nuovo corso prevede invece che in caso di dissesto le banche, ma anche le assicurazioni e gli altri intermediari, debbano danneggiare i propri creditori come qualsiasi altra azienda, senza più chiedere danaro ai contribuenti. 
Un aspetto molto poco noto della normativa ci mostra per l'ennesima volta come quando ci si mette di mezzo la politica, la teoria non corrisponde poi alla pratica.
Eccezion fatta per pochi tra gli addetti ai lavori, infatti, nessuno sa che le banche, le assicurazioni e gli altri intermediari, quando emettono strumenti subordinati ed ibridi, addirittura ottengono guadagni garantiti dal fisco consentito loro dal Decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, dove al comma 22 dell'articolo 2 si prevede che "Ai proventi degli strumenti finanziari rilevanti in materia di adeguatezza patrimoniale ai sensi della normativa comunitaria e delle discipline prudenziali nazionali, emessi da intermediari vigilati dalla Banca d'Italia o da soggetti vigilati dall'ISVAP e diversi da azioni e titoli similari, si applica il regime fiscale di cui al decreto legislativo 1 aprile 1996, n. 239. Le remunerazioni dei predetti strumenti finanziari sono in ogni caso deducibili ai fini della determinazione del reddito del soggetto emittente; resta ferma l'applicazione dell'articolo 96 e dell'articol
 o 109,
comma 9, del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. La presente disposizione si applica con riferimento agli strumenti finanziari emessi a decorrere dal 20 luglio 2011".

Spieghiamo cosa vuol dire: l'applicazione ai proventi di queste tipologie di titoli del regime fiscale di cui al decreto legislativo 1 aprile 1996, n. 239 consente loro di non essere assoggettati alla ritenuta più elevata prevista per gli strumenti atipici (27% contro l'allora 12,5% per il comune risparmiatore). Si tratta di un'agevolazione al cliente che era un'agevolazione alla vendita di questi strumenti, dato che con aliquota fiscale 27% avrebbero dovuto offrire interessi molto più elevati che gli emittenti si sono invece risparmiati. Dal 1 gennaio 2012, la distinzione è terminata e quindi non vi è più bisogno di beneficiare di questa regola.
Il regalo diretto alle banche ed agli altri intermediari che ancora oggi continua è contenuto invece nel passaggio "Le remunerazioni dei predetti strumenti finanziari sono in ogni caso deducibili ai fini della determinazione del reddito del soggetto emittente". Qui c'è ben poco da spiegare: gli interessi pagati su questi titoli sono tutti fiscalmente deducibili.
Come spiegato dalla successiva Circolare delle Entrate 11/E del 28 marzo 2012, la disposizione ha l'obiettivo di contribuire al processo di rafforzamento patrimoniale degli intermediari mediante l'emissione di strumenti finanziari computabili ai fini della loro adeguatezza patrimoniale.

Riassumendo: le banche (ma anche le assicurazioni e gli altri intermediari) hanno rafforzato i parametri di bilancio emettendo titoli subordinati, li hanno venduti ai clienti quasi sempre senza spiegare cosa fossero e con rendimenti che non ricompensano il rischio, ed hanno pure beneficiato di un regime fiscale favorevole.

A proposito di "agevolazioni fiscali", i portatori di bond azzerati subiscono un'ulteriore ingiustizia contro cui da sempre ci battiamo ma a cui nessuno ha mai posto rimedio. Essi, infatti, non possono beneficiare nemmeno del credito di imposta del 26% derivante dalla minusvalenza ai fini del capital gain, trattandosi di un caso di azzeramento e non di cessione a titolo oneroso. 
Come se non bastasse, devono pagare l'imposta di bollo sugli strumenti finanziari fino al momento dell'effettiva estinzione del titolo.

Reputiamo che qualche politico, a partire dai firmatari di quel Decreto Legge, vale a dire l'allora Presidente del Consiglio Berlusconi e l'allora Ministro dell'Economia e delle Finanze Tremonti, debba delle spiegazioni alle decine di migliaia di persone che hanno perso quei 788 milioni di cui si parlava all'inizio, a tutti gli obbligazionisti di banche, assicurazioni, ecc. nonché a tutti i contribuenti italiani.

Ai risparmiatori incappati in questa vicenda, come in qualunque altra, Aduc mette a disposizione una prima valutazione gratuita per verificare se, dalla documentazione analizzata, l'operazione sia stata svolta legittimamente attraverso questa form (SOS ADUC: http://www.aduc.it/info/consulenza.php).


Giuseppe D'Orta, consulente Aduc per la Tutela del Risparmio



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Errore medico e responsabilità professionale, Aicpe denuncia: «Inaccettabile il ddl. Il libero professionista è discriminato. Chiediamo che l'Italia si allinei all'Europa»

«Il disegno di legge (ddl) sulla Sanità, di cui si parla tanto in questo periodo, è incompleto e mostra preoccupanti incoerenze». È l'opinione dell'Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe) sul ddl approvato dalla Commissione Affari Sociali sulla responsabilità professionale. «Il ddl riduce a 5 anni il periodo di prescrizione e attribuisce al paziente l'onere della prova – prosegue Aicpe -. Ciò significa che i pazienti, che non abbiano ragioni sostenibili per intentare una causa o che abbiano finalità risarcitorie non giustificate, non chiederanno, con la stessa frequenza e facilità, di iniziare un processo risarcitorio che, con le nuove misure legislative, probabilmente, darà loro torto e li assoggetterà a spese legali. Il minor numero di processi che seguirà l'applicazione di tali nuove regole dovrebbe anche diminuire il lavoro dei giudici impegnati in questo campo e migliorare la funzionalità della giustizia nei processi per giusta causa». 

Il punto è che «il Governo ha ritenuto opportuno che questi principi valgano solo in ambiente pubblico ed ha escluso tutti i liberi professionisti da queste regole". «Perché? Perché un sanitario che esegue lo stesso intervento in un ospedale e in una clinica privata deve essere sottoposto a principi legislativi differenti? Perché lo stesso danno segue un percorso legislativo differente a seconda che accada in ambiente pubblico o libero-professionale?» si chiede Aicpe, che prosegue: «Il criterio di discriminazione fra pubblico e privato su cui si basa questo decreto è ingiusto e incomprensibile. Estendere a tutti i sanitari gli stessi principi non solo renderebbe equa la norma, ma aumenterebbe i benefici effetti di questo decreto sia in termini economici sia di funzionalità del sistema giudiziario. Quello che chiediamo è che la normativa italiana sia uniformata a quella del resto d'Europa, come peraltro la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea raccomanda da quasi vent'anni».
Il ddl ribadisce l'obbligo di contrarre assicurazione per le strutture sanitarie e per ogni medico, ma non obbliga le assicurazioni a stipulare i contratti. Non si considera infatti che «la maggior parte delle compagnie assicurative non offrono più ai medici la possibilità di stipulare le polizze richieste dalla legge». Aicpe chiede quindi che «il Governo obblighi in qualche modo le compagnie assicurative a offrire ai medici contratti di copertura a cifre accettabili, sotto il controllo dello Stato, come è stato fatto per le auto all'epoca dell'introduzione dell'obbligo dell'assicurazione per gli autoveicoli».
Inoltre è ormai il momento di riformare il diritto civile in materia di responsabilità dei sanitari: «Servono norme chiare, che non si prestino a interpretazioni multiple che rendono il diritto in ambiente sanitario del tutto oscuro. Tale situazione rende problematico il rapporto medico-paziente che, invece di basarsi su fiducia interpersonale, si avvia sempre più a diventare un puro rapporto contrattuale, con tutti i lati negativi che tale situazione comporta, specialmente in ambito di medicina privata. La libera professione è una risorsa per lo Stato italiano, tutelata dalla Costituzione: un atteggiamento discriminatorio e punitivo nei confronti di tale risorsa non è giustificato e crea un susseguirsi di eventi che termina danneggiando il rapporto medico-paziente il quale è fondamentale per la funzionalità e il benessere della salute dei pazienti tutti. Proprio dall'ultima intervista a Quotidiano sanità del relatore del ddl, l'onorevole Federico Gelli, si evince come questo decreto sia stato costruito a vantaggio unicamente delle casse della sanità pubblica, ignorando totalmente le istanze dei singoli professionisti che continueranno a essere vessati, nell'ambito della libera professione, da un lato da un mercato assicurativo inesistente e dall'altro da una giurisprudenza senza regole certe ma piena di interpretazioni a volte perfettamente in contrasto tra di loro». «Il ddl poteva essere una buona occasione per far totale chiarezza in un settore che risente ancora di interpretazioni a volte sorprendentemente differenti: un'occasione, a nostro avviso, persa» conclude Aicpe.

AICPE. L'Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), l'unica in Italia dedicata esclusivamente alla chirurgia estetica, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, gemellata con l'American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 250 chirurghi in tutta Italia. Membri Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, accomunati da un codice etico comportamentale che li distingue dentro e fuori la sala operatoria. L'associazione ha elaborato e pubblicato le prime Linee Guida del settore, consultabili sul sito internet, che stabiliscono i fondamentali parametri operativi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici: disciplinando l'attività professionale con riferimento sia all'attività sanitaria, sia alle norme etiche; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica.




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martedì 24 novembre 2015

Lotta alla povertà infantile deve essere priorità

Martedì, i deputati hanno votato una risoluzione per chiedere agli Stati membri d'intensificare gli sforzi in materia di lotta contro le disuguaglianze sociali, in particolare la povertà infantile. La povertà infantile è una realtà anche in Europa, dove più di un bambino su quattro sarebbe esposto al rischio della povertà e dell'esclusione sociale. 
 

"La politica d'austerità ha creato questa situazione peggiorando le cose" ha sottolineato la relatrice portoghese di Sinistra Unita Inês Cristina Zuber.

I deputati hanno adottato con 569 voti, 77 contrari e 49 astensioni, una risoluzione per richiedere agli Stati membri di stabilire la lotta alla povertà infantile come priorità. Hanno inoltre richiesto di garantire a tutti i bambini l'accesso all'educazione pubblica, gratuita, aperta a tutti e a tutte le età.


Secondo Eurostat, 26 milioni di bambini sarebbero stati esposti al rischio di povertà ed esclusione sociale nel 2014, cioè il 27,7% dei cittadini europei di meno di 18 anni.

In Italia i bambini a rischio povertà erano il 32,2%. I tassi più elevati sono stati riscontrati in Ungheria (41,4%), in Bulgaria (45,2%) e in Romania (51%). Mentre i paesi con meno rischio sono la Danimarca (14,5%), la Finlandia (15,6%) e la Svezia (16,7%).



Contesto

La Convenzione delle Nazioni Unite relativa ai diritti del bambino stabilisce che i bambini dovrebbero avere accesso all'educazione, alle cure mediche, ad un'abitazione, a delle attività ricreative e anche ad un'alimentazione corretta.

Secondo l'
UNICEF, la percentuale di bambini che non possono più permettersi di mangiare la carne o il pesce ogni due giorni sono raddoppiati in Estonia, Grecia e Italia dal 2008.

Vodafone viola le leggi per il suo marketing? Denuncia all'Antitrust


Firenze, 24 Novembre 2015. Squilla il telefonino portatile intestato all'associazione, a chiamare e' il n. 0689827728, dall'altra parte una voce femminile che si qualifica come la signora Pinco Pallo della Vodafone dicendo che mi vuole parlare per una vantaggiosa offerta. Ed io: "scusi, siccome non sono un cliente Vodafone, ma dell'operatore Tim, perche' chiama e chi le ha dato questo numero su cui, dopo venti anni che lo possiedo, non e' mai arrivata un'offerta commerciale se non qualche raro sms del mio gestore?". E la voce Vodafone: "ma lei non e' un partita Iva…..". Ho trattato male la signora ed ho chiuso la comunicazione.
E' evidente che la Vodafone ha avuto illegalmente il mio (e non solo) numero di telefono e, probabilmente senza volerlo, la signora mi ha anche detto come: elenchi dell'Agenzia delle Entrate. Elenchi che non sono legalmente in vendita ma, per i quali, e' ipotizzabile esiste un mercato nero e losco gestito da altrettanti loschi personaggi "benvestiti" che stanno dietro le scrivanie di questo (e di altri?) gestore telefonico.
Ognuno si fa spazio nel mercato come puo'? E' cosi' se pensiamo all'Italia-macchietta e inaffidabile come viene considerata nel mondo, e nella quale in tanti si sono adattati a sopravvivere, pena anche la soccombenza economica. Ma non e' cosi' se consideriamo le leggi e le regole del vivere civile e in legalita'. Agenzia delle Entrate, poi…. Beh, visto che ogni tanto arrestano per truffa, furti et similia qualche responsabile territoriale di questa agenzia dello Stato, non c'e' da stupirsi piu' di tanto.
Ma noi di Aduc non siamo disposti a cedere e adattarci alla sopravvivenza. Proprio perche' aiutiamo  e consigliamo i piu' a farsi fare meno male da pubblica amministrazione e privati delinquentelli e delinquentoni, non tolleriamo neanche questi apparenti piccoli episodi di malaffare quotidiano. Anche per combattere la cultura che si insidia dentro episodi del genere. Cultura che straborda e invade il nostro patrimonio individuale e collettivo.
Abbiamo proceduto con denuncia all'Autorita' Garante della Concorrenza e del Mercato. Quell'Antitrust che dovrebbe sanzionare i comportamenti commerciali scorretti.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc




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lunedì 23 novembre 2015

Stasera la IX edizione dei TopLegal Awards


Giovanna Corrias Lucente tra le finaliste della categoria “professionista donna dell’anno”


Milano, 23 novembre 2015 - Si svolgerà stasera, intorno alle 21.00, nella cornice degli East End Studios di Milano, la IX edizione dei TopLegal Awards, i premi che dal 2007 valorizzano le eccellenze del mondo legale italiano. 

Interpreti dell’evoluzione di un settore che nel corso di questi anni è profondamente mutato, i TopLegal Awards, indetti da TopLegal in collaborazione con il Gruppo 24 Ore, rappresentano un assoluto punto di riferimento del settore ed ogni anno assegnano numerosi riconoscimenti, racchiusi in specifiche categorie, sia ai migliori studi che ai singoli professionisti.

Tra i nomi dei finalisti della categoria “professionista donna dell’anno” vi è quello dell’avv.ssa Giovanna Corrias Lucente, romana, che vanta una vasta e brillante esperienza nel settore legale: dall’ambito giudiziario e di consulenza nel diritto penale dell'economia, a quello tributario, societario fallimentare, bancario, industriale dell'ambiente e dell'urbanistica, reati contro la pubblica amministrazione, reati a tutela dei beni artistici, e molto altro ancora.

La Corrias dirige il settore penale della rivista “Il diritto dell'informazione e dell'informatica", collabora con Medialaws.eu, www231 ed il quotidiano online Blitz, ed ha pubblicato numerosi saggi e monografie, tra i quali ricordiamo "Il diritto penale dei mezzi di comunicazione di massa" e "La tutela dell'opera d'arte contemporanea".

Il risultato finale, dal quale deriveranno i nomi dei vincitori, sarà frutto di una selezione basata sulle analisi di mercato elaborate dal Centro Studi TopLegal a cui si sono sommate le valutazioni espresse da una giuria di esperti, composta da professionisti di spicco del mondo aziendale e finanziario italiano: undici membri della commissione tecnica, tutti autorevoli esponenti della realtà imprenditoriale e finanziaria nazionale.

Legge di Stabilità: Domani a Roma l’On. Baretta a confronto con Deputati e Senatori delle Commissioni parlamentari

L’incontro, organizzato presso la sede di ThinkLink, per discutere di fiscalità, lavoro, previdenza, energia, sanità, trasporti e per dialogare con mondo professionale e parti sociali
 
“Crescita e sviluppo: le politiche del Governo”. È questo il nome dell’incontro che si terrà domani a Roma, alla presenza del Sottosegretario di Stato all'Economia e Finanze, On. Pier Paolo Baretta e alcuni deputati e senatori delle competenti Commissioni parlamentari.

Sarà una occasione importante per un confronto tra la politica e le principali realtà del mondo professionale, associativo e aziendale sui nodi chiave della Legge di Stabilità 2016 nei suoi diversi aspetti. L’appuntamento si terrà nella sede romana di Think&Link Srl, società di public affairs e consulenza legislativa.

Si parlerà di lavoro, previdenza, professioni, fiscalità, gioco pubblico, energia, sanità e trasporti. L’obiettivo è quello di proseguire il dialogo tra Governo, parti sociali e numerosi rappresentanti del tessuto socio-economico nazionale, proprio in occasione del passaggio del provvedimento alla Camera dei Deputati e in vista delle possibili nuove modifiche sulle materie oggetto del dibattito.

Per la Camera dei Deputati parteciperanno: Maurizio Bernardo, Presidente della Commissione Finanze, Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro, Ignazio Abrignani, Vicepresidente della Commissione Attività produttive, Edoardo Fanucci, Vicepresidente Commissione Bilancio, Nicola Ciracì, Commissione Affari Sociali e Valentina Paris, Commissione Lavoro.

Per il Senato della Repubblica saranno presenti: Giuseppe Marinello, Presidente Commissione Ambiente, Anna Cinzia Bonfrisco, Commissione Finanze, Fabiola Anitori, Commissione Igiene e Sanità, Federica Chiaravoli, Commissione Bilancio ed Andrea Mandelli, Commissione Bilancio.

Per informazioni: 06.69942421  - segreteria@thinklink.it

#TTIPxTE? Parliamone! - Napoli, lunedì 30 novembre 2015 ore 9:30



           

Lunedì 30 novembre 2015

Napoli, Via Partenope 36
Centro Congressi dell'Università Federico II
9:30-13:30


#TTIPxTE? Parliamone!
Confronto strutturato sul Partenariato transatlantico su commercio e investimenti tra UE e USA (#TTIP)
Dialogo tra opinione pubblica e eurodeputati



Con la partecipazione di Luca de Carli, negoziatore TTIP per la Direzione generale per il Commercio alla Commissione europea.



Per partecipare è necessario registrarsi qui



Parlamento europeo
Ufficio d'informazione in Italia

Via IV Novembre, 149
I-00187 Roma
Tel: +39/06 699 501
Fax: +39/06 699 502 00
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venerdì 20 novembre 2015

La Commissione UE chiude la procedura d’infrazione per abuso di precariato in Italia, ma per il sindacato la partita non è chiusa: pronto un nuovo ricorso

Il direttivo Anief ha deciso di impugnare, per le stesse motivazioni e sempre alla Commissione Europea, la parte della Legge 107/15 relativa alla stipula dei contratti a tempo indeterminato che espelle, anziché stabilizzare, decine di migliaia di docenti precari e Ata che hanno svolto oltre 36 mesi di servizio: a dirlo oggi a Salerno è stato Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal, in avvio del Consiglio nazionale Cisal dedicato al tema del “Lavoro che non c’è”

Il sindacalista ha ricordato che a sostenere questa tesi sono ormai anche i giudici del lavoro, come quelli di Lanciano che in questi giorni hanno condannato il Miur a risarcimenti superiori a mezzo milione di euro nei confronti di 54 docenti e Ata non stabilizzati, proprio per l’abuso dei contratti a termine. E sono migliaia ancora oggi i ricorsi pendenti al giudice del lavoro - per ottenere il risarcimento del danno, scatti anzianità ed estensione dei contratti - in attesa della sentenza della Consulta. I nostri legali sono pronti ad una nuova battaglia in ogni grado di giudizio. Sino a costo di arrivare di nuovo alla Corte di Giustizia di Lussemburgo.

“Sull’abuso del precariato non è stata la Buona Scuola approvata in estate, ma la sentenza Mascolo emessa nel novembre scorso dalla curia europea, che ha permesso di archiviare la procedura d’infrazione avviata nel 2010 a Bruxelles a seguito dell’intervento del sindacato. Comunque la partita non è chiusa, perchè il direttivo Anief ha deciso di impugnare, per le stesse motivazioni e sempre alla Commissione Europea, la parte della Legge 107/15 relativa alla stipula dei contratti a tempo indeterminato”. Lo ha detto oggi Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal, prima che prendesse avvio a Salerno il Consiglio nazionale Cisal, in programma sino a domenica, dedicato al tema del “Lavoro che non c’è”.

“Poiché nelle legge di riforma della scuola manca la previsione della stabilizzazione del personale Ata e sono addirittura espulsi i precari dalla scuola dopo 36 mesi di servizio – ha spiegato Pacifico –, per noi la procedura d’infrazione non può essere considerata chiusa. Francamente, con la pubblicazione della sentenza Mascolo del 26 novembre 2014, che ha dichiarato incompatibile con il diritto della Unione Europea la legislazione italiana vigente sino a quella data, ci saremmo aspettati un adeguamento normativo e di fatto da parte dello Stato italiano. Il quale, però, a distanza di un anno, è arrivato solo parzialmente”.

Il problema è che al contrario di quanto dichiarato dal ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, sulla chiusura della procedura Ue sul precariato, secondo la quale “con la Buona Scuola interrompiamo la pratica di utilizzare i contratti a tempo determinato, in modo reiterato, per coprire posti che risultano vacanti”, la Legge 107/15 ha è risposto in modo insoddisfacente alle direttive Ue e alle indicazioni di Lussemburgo. Perché il piano straordinario di immissioni in ruolo della Buona Scuola ha escluso, in modo ingiustificato, ampie fette di personale, docente e Ata. Inoltre, è stato incluso un fondo per il risarcimento sull’abuso dei contatti a termine, dando così ragione ei rilievi mossi dai giudici della Corte di Giustizia europea, ma poco più che simbolico: basterà a coprire solo i primi 500 ricorrenti Anief.

“Al di là dei trionfalismi del ministro – continua Pacifico -, la verità è che oggi nella scuola permangono decine di migliaia di posti vacanti, coperti ancora con le supplenze del personale docente. Addirittura, tutto il personale Ata, da cui è derivata quasi sei anni fa la richiesta d’infrazione a Bruxelles, è stato irrazionalmente escluso dal piano straordinario. E sempre a fronte di diverse migliaia di posti privi di titolare. A sostenere questa tesi sono ormai anche i giudici del lavoro, come quelli di Lanciano che in questi giorni hanno condannato il Miur a risarcimenti superiori a mezzo milione di euro nei confronti di 54 docenti e Ata non stabilizzati, proprio per l’abuso dei contratti a termine”.

Entrando nel dettaglio, Anief reputa contraddittorio che il comma 132 della Legge 107/2015 preveda l’istituzione di “un fondo per i pagamenti in esecuzione di provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto il risarcimento dei danni conseguenti alla reiterazione di contratti a termine per una durata complessiva superiore a trentasei mesi, anche non continuativi, su posti vacanti e disponibili, con la dotazione di euro 10 milioni per ciascuno degli anni 2015 e 2016”, ma che nel comma precedente indichi anche che “a decorrere dal 1 settembre 2016, i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati, con il personale docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario presso le istituzioni scolastiche ed educative statali, per la copertura di posti vacanti e disponibili, non possono superare la durata complessiva di trentasei mesi, anche non continuativi”.

“Vietare dal prossimo anno le supplenze ai precari dopo 36 mesi di servizio, piuttosto che prevedere la loro assunzione – continua il sindacalista Anief-Cisal - è palesemente in contrasto con il diritto dell’Unione Europea e per questa ragione sarà impugnato dai nostri legali in ogni grado di giudizio. Fino ad arrivare nuovamente alla Corte di Giustizia di Lussemburgo. Sono migliaia ancora oggi i ricorsi pendenti al giudice del lavoro, in attesa della sentenza della Consulta, slittata nel frattempo alla prossima primavera: sono tutti stati depositi dal nostro sindacato per ottenere il risarcimento del danno, scatti anzianità ed estensione dei contratti sia per il personale docente inserito nelle GaE e nelle graduatorie d’Istituto. Come anche per il personale Ata. I fatti, non le promesse non mantenute, - conclude Pacifico – ci daranno ragione”.


20 novembre 2015 

giovedì 19 novembre 2015

20 novembre 21.45 Processo Condor: la ricerca della verità e della giustizia continua

In occasione dell'udienza dibattimentale del 20 novembre 2015 del processo Condor, procedimento relativo ai sequestri e agli omicidi di 43 giovani di origine italiana avvenuti in Cile, Argentina, Perù, Uruguay e Bolivia tra il '73 e il '78, il teatro piccolo Eliseo di Roma ospiterà i testimoni dell'udienza Valentín Enseñat, Marta Enseñat, Maria Serantes e Luis Taub, in un incontro con il pubblico insieme ad Amnesty International, 24 Marzo onlus e Fondazione Basso.

L'incontro avverrà venerdì 20 novembre alle ore 21.45 al teatro Piccolo Eliseo di Roma in Via Nazionale (l'ingresso all'incontro è gratuito fino a esaurimento posti), subito dopo lo spettacolo Mar del Plata di Claudio Fava con la regia di Giuseppe Marini.

Mar del Plata è un toccante intreccio di vita e sport che racconta la storia della squadra di rugby de La Plata, club che vide sparire 17 dei suoi giocatori durante il regime militare di Videla in Argentina. 


Una storia vera, che oggi viene raccontata in teatro fino al 22 Novembre con la passione, l'amore e il rispetto che meritano i grandi eventi della Storia. 



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Unione Naz. Consumatori su canone Rai: deve scendere a 77 euro

CANONE RAI: TROPPI 100 EURO, DEVE SCENDERE A 77 EURO. 

PROBLEMI PER CHI HA TARIFFA D3 E TRA MARITO E MOGLIE. 
LE PROPOSTE ALTERNATIVE DELL'UNC. 
NO ALLA DIVISIONE IN 10 RATE. 

 

Troppo elevato il canone Rai a 100 euro. Anche se l'importo si abbassa di 13,50 euro rispetto al 2015, l'aumento forzoso degli abbonati consentirà un maggior gettito variabile da 401 a 757 mln. Per mantenere il gettito 2016  invariato rispetto a quello precedente, anche conteggiando gli utenti morosi, il canone dovrebbe essere, nell'ipotesi più benevola, prendendo per buoni i dati considerati nella nota tecnica della Legge di stabilità, di 82,5 euro (cfr tabella 1), ipotizzando un recupero totale dell'evasione, o al massimo 90,5 euro se si considera, in via prudenziale, un residuo di evasione pari al 7%. In pratica gli abbonati dovrebbero pagare da 9,5 a 17,5 euro in meno.

La stima dell'Unione Nazionale Consumatori considera, come ipotesi di partenza, il dato di 17.082.625 abbonati iscritti a ruolo, includendo, cioè, sia i 15.991.521 abbonati paganti sia 1.0 91.104 utenti morosi (cfr. tabella 3). Se si ipotizza un recupero totale dell'evasione, attualmente pari al 27% (stima contenuta nel bilancio della Rai), allora il maggior gettito sarà di 401 mln, cifra che scende a 196,5 mld se stimiamo una riduzione dell'evasione dal 27% al 7%.

Se, invece, più realisticamente, consideriamo, come ipotesi, i dati Istat, secondo i quali il numero di famiglie che posseggono almeno un televisore sono 24 mln e 199 mila e consideriamo gli abbonati del 2014, 16,5 milioni, e non quelli vecchi del 2013 contenuti nella Nota tecnica della Legge di stabilità (dati vecchi perché superati da quelli contenuti nel bilancio Rai del 2014 sotto riportati e perché non distinguono tra abbonamenti ordinari e canoni speciali), allora l'importo del canone (cfr tabella 1), dovrebbe fluttuare tra 77 ed 83 euro (se resterà un 7% di evasori).

Se, infine, partendo sempre dal dato Istat di 24 mln e 199 mila famiglie, consideriamo il gettito effettivamente percepito nel 2013 dalla Rai per il canone ordinario, ossia 1662,7 mln (cfr. tabella 2), escludendo cioè i morosi che non hanno pagato, allora il prossimo canone, per mantenere invariato il gettito "reale", dovrebbe fluttuare tra 68,5 euro, se si recupererà in toto l'evasione, e 73,5 euro, se resterà un 7% di evasione. In tal caso, il maggior gettito per lo Stato sarà pari a 757 mln (587 mln con evasione al 7%).

"Il Governo dica chiaramente che intende aumentare il gettito complessivo del canone. Anche se nella legge di stabilità è scritto che le eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione saranno destinate al fondo per la riduzione della pressione fiscale o, come proposto, ad aumentare la soglia di esenzione per i pensionati portandola da 6.500 a 8mila euro, cosa in sé condivisibile, si tratta, comunque, di una misura iniqua, dato che il canone è un'imposta uguale per tutti, che pagheranno anche quei pensionati che beneficeranno dell'aumento della soglia di esenzione, salvo quei pochi che non lo devono pagare perché hanno più di 75 anni e sono poveri" ha dichiarato Massimiliano Dona, Segretario dell'Unione Nazionale Consumatori.

L'UNC evidenzia, poi, i problemi che sorgeranno, ad esempio, per chi paga la tariffa D3, che viene applicata sia ai contratti stipulati nelle abitazioni di residenza con impegno di potenza superiore a 3 kW sia a quelli stipulati per le abitazioni non di residenza, che il canone Rai, invece, non devono pagarlo.  "Le società elettriche dovrebbero distinguere i due casi, ma visto che non sanno nemmeno inviare le bollette della luce, come dimostra l'apertura dell'istruttoria dell'Antitrust proprio su questo argomento, dubitiamo siano così brave nel farlo" ha proseguito Dona.

"Problemi sorgeranno anche nel caso in cui l'intestatario del contratto di fornitura elettrica sia diverso da chi ha pagato fino ad oggi il canone Rai. Un classico è la moglie che paga la bolletta della luce ed il marito l'abbonamento alla tv. Il rischio, molto forte, è che alla moglie sia chiesto il pagamento del canone già pagato dal marito, oppure che la moglie paghi, ed il marito, vecchio abbonato, sia considerato un evasore. Insomma, l'inversione dell'onere della prova previsto nella Legge di stabilità, costringerà, nella migliore delle ipotesi, milioni di consumatori a produrre documentazioni e prove per dimostrare la propria innocenza" ha proseguito Dona.

Una cosa assurda, se si considera che esistono sistemi molto più semplici per affrontare il problema:

1) modificare il Regio decreto legge n. 246 del 1938, in modo che l'obbligo del pagamento del canone non sia legato alla detenzione dell'apparecchio, ossia al possesso, ma alla proprietà. In tal modo, basta che chi compra un televisore sia automaticamente registrato dal negoziante ed i suoi dati e la fotocopia della sua carta d'identità sia trasmessa all'agenzia delle entrate (già oggi si fa cosa analoga quando acquisti una nuova sim per il telefonino...). Una cosa che non si può fare fino a che conta il possesso e non la proprietà.

2) incrociare i dati con gli abbonati alle pay tv.

3) coinvolgere i comuni nella lotta all'evasione, considerato che le antenne sui tetti sono un buon indicatore del possesso della tv. 

No, infine, dell'Unione Nazionale Consumatori, al pagamento in 10 rate. "Il pagamento in 10 rate è pericoloso, perché aumenta il rischio che il consumatore non si accorga nemmeno del pagamento del canone, non notando l'aumento anomalo della bolletta. Così finirà per pagare, anche se il televisore non ce l'ha o il pagamento è già stato fatto da altri componenti della famiglia. Chiediamo, quindi, che le 10 rate siano possibili solo a fronte di una richiesta del consumatore. Una facoltà, non la regola. Tanto più che le rate dovrebbero essere 6 e non 12, visto che le bollette sono bimestrali" ha concluso Massimiliano Dona.

 

Tabella 1

 

 

Fonte/ipotesi di partenza

Canone se zero evasione

(in euro)

Canone se 7% evasione

(in euro)

Gettito maggiore

(con zero evasione)

(dati in mln)

Gettito maggiore (se 7% evasione)

(dati in mln)

Legge di stabilità/17.082.625 iscritti a ruolo

82,5

90,5

401

196

Istat/16,5 abbonati canone ordinario

77

83

547

377

Istat/gettito ordinario 1662,7 mln (esclusi morosi)

68,5

73,5

757

587

Fonte: Unione Nazionale Consumatori

 

 

Tabella 2: contenute nel Bilancio Rai 2014

Ricavi delle vendite e delle prestazioni

(in milioni di Euro)

2014

2013

Variazione

Var. %

Canoni

1.590,6

1.755,6

(165,0)

-9,4

Pubblicità

597,7

597,6

0,1

0,0

Altri ricavi

167,1

208,5

(41,4)

-19,9

Totale

2.355,4

2.561,7

(206,3)

-8,1

Fonte: Bilancio Rai

Canoni

(in milioni di Euro)

2014

2013

Variazione

Var. %

Canoni del periodo - utenze private

1.492,5

1.662,7

(170,2)

-10,2

Canoni del periodo - utenze speciali

76,1

74,4

1,7

2,3

Canoni da riscossione coattiva

22,0

18,5

3,5

18,9

Totale

1.590,6

1.755,6

(165,0)

-9,4

Fonte: Bilancio Rai

 

 

Tabella 3: contenute nella Legge di stabilità



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