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mercoledì 22 marzo 2017

Contratti falsi e forniture non richieste, nuova vittoria di MDC in Tribunale: il consumatore non deve pagare nulla in caso di truffa


Il Movimento Difesa del Cittadino ottiene un'altra importante vittoria sul fronte dei contratti falsi ai danni degli utenti per l'attivazione di forniture di elettricità e gas nel mercato libero.

 

Il Tribunale di Benevento ha respinto l'appello proposto da Enel Energia contro una sentenza del Giudice di Pace che aveva dato ragione ad un associato MDC cui erano pervenute svariate bollette per una fornitura di gas rivelatasi attivata con un contratto falso.


Nella Sentenza del 17 marzo 2017 il Giudice ha ribadito ancora una volta che "il consumatore non è tenuto ad alcuna prestazione corrispettiva in caso di fornitura non richiesta e in ogni caso, l'assenza di risposta non implica il consenso ".

"Di particolare importanza – commenta l'Avv. Francesco Luongo, Presidente del Movimento Difesa del Cittadino – il fatto che il Tribunale abbia ribadito il principio di diritto del Codice del Consumo, ritenuto valido anche prima della riforma del 2014, per cui nulla deve il consumatore in caso di mancata sottoscrizione del contratto e tanto non può in alcun modo essere limitato dall'ipotetico indebito arricchimento di energia, derivante dall'uso della fornitura da parte dell'utente".

"Anche questa decisione - ha sottolineato il Presidente nazionale di MDC ad un  confronto con le Authorities presso l'Università Cattolica di Milano  - come altre in passato sulla piaga dei contratti falsi, contraddice quanto stabilito dalla Autorità per l'Energia relativamente all'obbligo per l'utente di pagare comunque l'energia consumata detratta della sola quota del venditore. L'AEEGSI deve comprendere che in mancanza di qualsiasi prova in ordine all'effettiva sussistenza di un accordo tra l'azienda e l'utente, nessuna prestazione corrispettiva può essere richiesta per la fornitura del servizio ricevuto nel periodo in contestazione".





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I malati di Alzheimer non devono pagare la retta.


         
 
 
Alessandro Maola Comunicazione
 
 
La retta per i malati di Alzheimer va pagata dal SSN.
 
Lo stabilisce una recente sentenza del Tribunale di Monza.
 
 
Restituzione di rette pagate per circa 2.500,00 euro più interessi legali, revoca del decreto ingiuntivo di circa 22.000,00 euro, cui una RSA di Monza - Struttura Residenziale Extra-ospedaliera - era ricorsa per ottenere il pagamento di rette ulteriori e la dichiarazione che la malata di Alzheimer, come i suoi familiari, nulla deve per il suo ricovero quando oltre alla mera assistenza siano necessarie prestazioni sanitarie, perché in questo caso è tutto è integralmente a carico del Servizio Sanitario Regionale.
 
Sono gli effetti della sentenza ottenuta dall'avvocato Giovanni Franchi di Parma ed emessa dal Tribunale di Monza pubblicata il 1 marzo scorso, per la prima volta in base all'indirizzo che la Cassazione ha confermato nel 2016. Indirizzo che stabilisce con chiarezza che i costi delle attività assistenziali che siano strettamente connesse ad attività di rilievo sanitario devono essere a carico del Servizio Sanitario Regionale. In pratica chi viene ricoverato in RSA e, oltre alla permanenza assistita in struttura riceve anche cure mediche, non deve pagare nulla.
 
Questo principio, che solleva dal dover pagare rette per la lungo-degenza non solo i malati di Alzheimer ma tutte le persone affette da demenza senile, è un diritto purtroppo poco conosciuto. Da anni ormai, l'avvocato Giovanni Franchi, Giusconsumerista con Studio a Parma, si occupa della questione nelle aule giudiziarie, affinché questo diritto venga rispettato, anche per evitare i notevoli problemi economici delle famiglie, costrette a far fronte agli impegni economici dei loro congiunti malati e ricoverati.
 
Uno degli elementi che rende ulteriormente importante questa sentenza è che è una delle prime pronunciata da giudici di merito senza bisogno di ricorso in Cassazione. Segno inequivocabile della certezza di questo importante indirizzo stabilito dalla norma imperativa ex art.1418 del Codice Civile e ribadito dalla Cassazione già nel 2012, con la sentenza 4558.
 
" Purtroppo la maggioranza delle RSA continua a ignorare questo principio, impegnando il malato o i familiari al pagamento di una retta per le prestazioni assistenziali. - ha dichiarato l'Avv. Giovanni Franchi - I Comuni, cui queste strutture se pubbliche fanno capo, continuano quindi a rivalersi, spesso dopo il decesso del paziente, domandando in un'unica soluzione le rette, per ingenti somme di denaro.
 
Da ricordare che sono, invece, i malati o i loro eredi che hanno pagato per loro, a poter chiedere la restituzione di quanto corrisposto. E la sentenza ottenuta a Monza lo conferma.". 





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Privacy, un'azienda italiana su tre ha le idee confuse

Il Regolamento UE 2016/679 sarà operativo tra circa un anno, ma una ricerca mostra che il 32% delle imprese non sa ancora se rientra o no nell'obbligo di nomina del data protection officer, e un'azienda su cinque ha collocato la funzione privacy nell'area IT, con rischi di conflitti d'interesse e sanzioni. A rischio anche l'aspettativa per una norma tecnica sulle figure professionali del settore, che attribuirebbe al DPO molte competenze informatiche, mentre l'art. 37 del nuovo testo richiede che debba essere designato in funzione della conoscenza specialistica della normativa

Milano, 22 marzo 2017 - Potranno arrivare fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo globale dei trasgressori le sanzioni previste dal nuovo Regolamento UE 2016/679 che sarà applicabile dal 25 maggio 2018, tanto è che tre aziende italiane su quattro si sono organizzate prevedendo nel loro organigramma una specifica funzione per la protezione dei dati personali.

 

E se l'entità delle multe ha convinto il 75,7% delle imprese a dotarsi anche di un referente interno per occuparsi dei temi della privacy, il rovescio della medaglia è che in realtà il 32% delle aziende non sa ancora se rientra o meno nell'obbligo di designare un data protection officer, e nel dubbio il 72% non ha nominato nessuno per ricoprire questo ruolo.

 

Questa è la fotografia scattata da una ricerca condotta dall'Osservatorio di Federprivacy su un campione di circa mille aziende italiane che tra poco più di anno dovranno farsi trovare conformi alle nuove regole sulla protezione dei dati.

 

Ma che una fetta importante delle imprese italiane non abbia ancora le idee chiare sui temi della privacy, è confermato dal fatto che anche tra quelle che il data protection officer lo hanno già nominato, nel 25% dei casi è stato selezionato un candidato con un titolo di studio informatico, e un'azienda su cinque (20%) ha scelto una risorsa con retaggio IT, e questo nonostante l'art.37 del nuovo testo richieda di designare il responsabile della protezione dei dati (DPO) "in funzione delle qualità professionali, in particolare della conoscenza specialistica della normativa e delle prassi in materia di protezione dei dati". Inoltre, ben il 22% delle aziende intervistate ha collocato la funzione nell'area dell'Information Technology, esponendosi in tal modo anche a rischi di sanzioni, come osserva Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy:

 

"L'art.38 del Regolamento richiede che il titolare debba assicurarsi che i compiti svolti dal data protection officer non diano adito a un conflitto di interessi, ma se tali funzioni vengono svolte all'interno del reparto IT, dove generalmente vengono trattati la maggior parte dei flussi di dati aziendali, questo produce nella maggior parte dei casi una sorta di auto-monitoraggio in cui una funzione dovrebbe controllare il proprio operato, in contrasto con le disposizioni del Regolamento".

 

E se le tendenze emerse dalla ricerca rivelano che il quadro attuale presenta diverse incertezze sulla corretta attuazione delle prescrizioni del Regolamento UE, rischia di disattendere le aspettative anche la norma tecnica arrivata all'inchiesta pubbliche finale in UNI, che è stata elaborata con l'obiettivo di definire varie figure professionali del settore, tra le quali lo stesso data protection officer, che però al momento risulta sia generico sul piano delle necessarie competenze giuridiche, sia arricchito di molte altri skill informatici che lo allontanano dal profilo descritto nel testo di legge, non contribuendo così a fornire un corretto e chiaro orientamento di cui avrebbero bisogno le imprese per arrivare conformi al 25 maggio 2018. 

 

Naturalmente, come prevede la prassi per le norme tecniche, il documento in questione (Cod. Progetto E14D00036) è soggetto a modifiche da parte di UNI in base ai commenti di tutte le parti interessate, che potranno essere inviate all'ente italiano di normazione fino al 25 marzo 2017.



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martedì 21 marzo 2017

H3G e navigazione internet con 4G LTE. Denuncia di pratica commerciale scorretta all'Antitrust

Firenze, 21 marzo 2017. Ci siamo accorti un po' tutti che il settore della telefonia mobile è sempre più una giungla ed è un pessimo esempio di come la concorrenza di diversi operatori presenti sul mercato possa condurre non – come ci si aspetterebbe – ad un abbassamento dei prezzi per accaparrarsi clienti ma piuttosto ad un aumento generalizzato dei prezzi a danno dei consumatori e ad un allineamento dei gestori su pratiche commerciali - quanto meno - svantaggiose per l'utenza.

Basti pensare all'accorciamento dei tempi di fatturazione da 30 a 28 giorni, operazione iniziata da un operatore e seguita poi da tanti altri. O ancora all'attivazione di servizi opzionali non richiesti (Vodafone Exclusive, Tim Prime, Wind All Inclusive Maxi ed infine H3G l'anno scorso con l'opzione a pagamento 4G LTE) (1).

La guerra al rialzo anziché al ribasso è sotto gli occhi (e nelle tasche) di tutti, e anche noi riusciamo con difficoltà a star dietro a tutte le segnalazioni che ci arrivano. Perchè il settore della telefonia funziona al contrario? Perchè l'apertura del mercato porta al rialzo dei prezzi anziché al ribasso?

I gestori sanno che se aumentano i prezzi di pochi spiccioli per volta il consumatore rinuncerà a portare avanti una battaglia legale, la class action in Italia è stata un flop (2), l'Antitrust può condannare i gestori a pagare sanzioni che anche nel loro massimo hanno importi risibili per le grandi società e in più è da tempo in essere un forte contrasto sul riparto di competenze fra Autorità garante per le comunicazioni e Antitrust. E si sa, fra i due litiganti, chi gode è il gestore.

L'ultima novità negativa per i consumatori riguarda H3G. Molti clienti del gestore stanno infatti ricevendo in questi giorni questo sms, con il quale viene comunicato un nuovo esborso:

"Modifica opzione LTE per mutato contesto di mercato: dal 18/4 costa 1€/mese.
Recesso da opzione senza costi da Area Clienti 3 entro 17/4. Info: tre.it/lte4g"

La pratica commerciale viene chiamata "modifica" ma si tratta di una attivazione non richiesta, simile a quanto già accaduto con Vodafone Exclusive, Tim Prime, Wind Maxi e come già fatto sempre dalla stessa H3G nel luglio 2016, pratica che avevamo denunciato all'Antitrust (3), che ad oggi non si è ancora pronunciata.

L'escamotage individuato dalla società per eludere l'applicazione delle norme a tutela del consumatore consiste nell'attivare gratuitamente il servizio 4G LTE – possibilità "concessa" fino al 19 febbraio 2017 (4) - per poi comunicarne la variazione a pagamento.

Non di modifica contrattuale si tratta, quindi, a nostro avviso ma di attivazione di servizio non richiesto, pratica commerciale scorretta e aggressiva che viola il Codice del Consumo.

Aggiungiamo che, quand'anche fosse una modifica contrattuale vera e propria, le modalità di comunicazione al cliente sarebbero comunque illegittime, poiché nell'sms inviato non si fa alcun riferimento al diritto di recesso contrattuale, ma solamente alla possibilità di "recesso da opzione" e si rimanda, per le informazioni su come disattivare, al sito internet della H3G richiedendo quindi al cliente – che già subisce l'attivazione non richiesta di un servizio - di attivarsi ulteriormente per andare a cercare le informazioni su come uscirne.
A ciò si aggiunge che l'unica modalità di "recesso" dall'opzione, indicata sul sito Internet del gestore, è tramite l'app del gestore stesso o tramite il sito Internet della società.

Abbiamo quindi denunciato la pratica commerciale scorretta all'AGCM (5) affinchè apra un procedimento contro H3G, chiedendo – soprattutto – di emanare un provvedimento cautelare di sospensione immediata dell'attivazione a pagamento dell'opzione 4G LTE.
Nel frattempo, mettiamo in guardia tutti gli utenti che siano titolari di una sim della H3G. Se non vi interessa l'attivazione a pagamento della possibilità di navigare in 4G, appena ricevuto il messaggio vi consigliamo di:
– disattivarlo subito seguendo le indicazioni sul sito e in ogni caso inviare, via pec o a mezzo raccomandata AR, una lettera di diffida: http://sosonline.aduc.it/scheda/messa+mora_8675.php
– inviare una segnalazione all'Antitrust: http://www.agcm.it/consumatore/55-tutela-consumatore/contact-center/5616-come-segnalare.html
- tenerci aggiornati su quanto accade: http://www.aduc.it/info/scrivici

1 – Vodafone exclusive: http://www.aduc.it/comunicato/vodafone+exclusive+denuncia+aduc+antitrust+condanna_24109.php
Time Prime: http://www.aduc.it/comunicato/tim+prime+go+tim+reintroduce+costi+fissi+aboliti_24420.php
Wind All Inclusive Maxi: http://www.aduc.it/comunicato/telefonia+attivazioni+non+richieste+modifiche_24819.php
H3g: http://www.aduc.it/comunicato/h3g+denuncia+pratica+commerciale+scorretta+all_24673.php
2 - http://www.aduc.it/articolo/class+action+volta+buona_23182.php
3 - http://www.aduc.it/comunicato/h3g+denuncia+pratica+commerciale+scorretta+all_24673.php
4 - http://www.mondomobileweb.it/61601-3italia-la-promo-gratuita-dellopzione-4g-lte-sara-attivabile-per-i-nuovi-clienti-fino-al-19-febbraio-2017/
5 - http://www.aduc.it/generale/files/file/H3G%20antitrust%20per%204G.pdf



Emmanuela Bertucci, legale, consulente Aduc

domenica 19 marzo 2017

Codacons su gioco d'azzardo denuncia Governo e Baretta

GIOCHI: CODACONS DENUNCIA IL GOVERNO E IL SOTTOSEGRETARIO BARETTA PER ISTIGAZIONE AL GIOCO D'AZZARDO.

STATO "BISCAZZIERE" IMPEDISCE A COMUNI DI IMPORRE LIMITI A SALE DA GIOCO E SLOT MACHINE.

 

 

Il Codacons presenterà domani una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma contro il Governo italiano e il Sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta per istigazione al gioco d'azzardo e violenza ad organo collegiale.

Al centro dell'esposto dell'associazione dei consumatori il gravissimo comportamento del Governo in merito alla piaga del gioco d'azzardo e al potere degli enti locali di tutelare la salute dei giocatori.

Governo e maggioranza hanno infatti ritirato un emendamento al decreto sicurezza che consentiva ai Comuni di imporre distanze minime alle sale da gioco rispetto a scuole ed edifici frequentati da minori – spiega il Codacons – Così facendo si è voluto legare le mani agli enti locali, riducendo il loro potere di intervenire contro il dilagare incontrollato di sale da gioco e slot machine. E questo perché l'emendamento in questione avrebbe potuto ridurre le enormi entrate garantite allo Stato dal settore dei giochi, pari a 9 miliardi di euro annui.

Oggi le ordinanze dei sindaci che pongono divieti agli orari delle sale slot e alla loro ubicazione vengono spesso annullate dai Tar, perché contrastano con gli interessi dello Stato e degli operatori del settore – prosegue il Codacons – L'emendamento avrebbe potuto finalmente porre fine al vicolo cieco in cui sono finiti gli enti locali nella lotta alla ludopatia, ma il Governo ha preferito tutelare le casse statali.

Per tale motivo domani presenteremo un esposto in Procura contro l'esecutivo e il Sottosegretario con delega ai giochi Pier Paolo Baretta, chiedendo di procedere per le fattispecie di istigazione al gioco d'azzardo e violenza ad organo collegiale nei confronti del Parlamento.



giovedì 16 marzo 2017

Parchi, riforma della legge 394/91. Lipu: "Pessima riforma, Gentiloni intervenga"


Delusione e preoccupazione per la riforma della legge 394/91 licenziata dalla Commissione Ambiente. "Brutte norme per la gestione faunistica, pessime per la governance e la biodiversità. Il Governo e l'aula devono sanare questa grave ferita alle aree protette italiane".

 

"Attendevamo buone notizie dalla Commissione Ambiente della Camera, dopo le aperture del Presidente Realacci e la grande mole di argomenti con cui, in modo dettagliato, abbiamo spiegato cosa non andava nel testo giunto alla Camera".

Questo il commento della Lipu-BirdLife Italia dopo l'approvazione, avvenuta ieri, del testo in Commissione Ambiente della Camera. Meccanismi errati di gestione, profili di incostituzionalità, perdita della potestà statale, eccesso di potere locale, misure mancanti sulla conservazione della biodiversità erano solo alcune delle cose che dovevano essere corrette.

 

Poco o nulla delle nostre proposte è stato invece recepito. Ci ritroviamo dunque un disegno di legge che, se confermato, eliminerà i metodi ecologici della gestione faunistica lasciandola in mano ai cacciatori, prevederà direttori senza competenze naturalistiche e sotto scacco, conterà su una presenza debordante delle componenti localistiche e non introdurrà alcuna attenzione concreta alla conservazione della biodiversità. Emblematico, in tal senso, il rifiuto di riconoscere i siti Natura 2000 come aree protette ai sensi della legge italiana. Un fatto ingiustificabile e clamoroso, che dà il senso del motore che ha mosso questa riforma.

 

I parchi italiani, che avrebbero bisogno di un rilancio culturale e materiale, di un sostegno forte della politica e delle istituzioni, ricevono invece un colpo che rischia davvero di essere durissimo.

 

Per questo, alla grande delusione e alla forte preoccupazione si accompagnerà una mobilitazione affinché, a partire dal Presidente Gentiloni, si intervenga a sanare questa grave ferita alla natura italiana. C'è ancora tempo per farlo con il decisivo voto in aula".

 

16 marzo 2017 






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NIENTE DI FATTO SULL’USO DEGLI AGROFAMRACI PER GLI HOBBISTI. MANCA LA LEGGE

Fabio Manara di Compag contro i Ministeri di Agricoltura, Salute, Ambiente e Sviluppo Economico

A un anno e mezzo dall'entrata in vigore del PAN, il piano d'azione nazionale che dal Novembre 2015 avrebbe dovuto regolamentare la vendita e l'utilizzo degli agrofarmaci tra gli operatori professionali e non professionali, la situazione è ancora molto confusa.

La norma impone la frequentazione di corsi di formazione e il conseguente ottenimento di uno specifico patentino per gli "addetti ai lavori", ovvero operatori di aziende agricole, agricoltori, produttori… Che i corsi non siano disponibili per disorganizzazione e inadempienze delle Regioni, e che il 70% degli operatori agricoli sia ad oggi ancora sprovvisto del patentino, è già il primo assurdo. Ma che la legge per la categoria degli hobbisti proprio non esista è cosa ancor più grave.

E' grave il fatto che la norma, passata al vaglio della Comunità Europea, sia stata respinta, e che ora debba essere completamente riscritta. E' grave il fatto che i 7 milioni e 200 mila hobbisti italiani non siano autorizzati ad acquistare nemmeno una confezione di verderame per curare le rose del loro giardino.  

"E' grave che, dopo un anno di consultazioni e il vaglio da parte di 4 Ministeri, l'Italia non sia stata in grado di redigere un documento sostenibile" tuona Fabio Manara, Presidente dell'associazione nazionale Compag che raggruppa i commercianti di prodotti per l'agricoltura. "Respinta una legge" continua Manara "dovrebbe valere quella precedente, ovvero la libera vendita di certi prodotti di uso comune. Ma non in questo caso. Soprattutto, mancando un tassello nel disegno legislativo, i controllori si concedono interpretazioni di fantasia, creando una difformità di trattamento degli utilizzatori tra Regioni, ma a volte anche all'interno della stessa Regione". Nel frattempo sono state modificate le classi tossicologiche dei prodotti, aumentando i parametri di tossicità di talune sostanze fino a poco tempo fa acquistabili ovunque. È stato poi introdotto l'obbligo del patentino, elemento fortemente sostenuto e condiviso da Compag in quanto formativo in tema di fitofarmaci.
In questo disordinato panorama, in cui ogni Regione e, a cascata, ogni ente territoriale interpreta la legge che c'era e quella che c'è a modo proprio, perché un rivenditore dovrebbe rischiare di incorrere in salate sanzioni per aver venduto un chilo di diserbante al cliente del paese, o al pensionato che coltiva i pomodori dietro casa? Compag evidenzia come la mancata approvazione della legge per il segmento non professionale abbia portato il Far West in tema di agrofarmaci: c'è chi vende e chi non vende per nessuna ragione, chi chiede ai clienti di esibire il patentino e chi non se ne cura, chi si attiene a una circolare ministeriale per poi scoprire che non è ritenuta valida dagli enti regionali di controllo e viene verbalizzato.
Compag, presente con il Presidente Fabio Manara e propri rappresentanti presso il Ministero delle Politiche Agricole, il Ministero della Salute, quello dell'Ambiente e quello dello Sviluppo Economico, denuncia la lentezza delle Istituzioni, prima causa del malfunzionamento sistemico che porterà alla sparizione "dell'orto privato" o all'utilizzo illegale dei prodotti e al fallimento di tante piccole realtà agricole familiari che facevano delle loro micro produzioni il nostro valore aggiunto.
Servirebbe una risposta istituzionale chiara, rapida, univoca. Che non arriva.





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